Un treno in faccia all’Europa e al socialismo ipocrita

Chi lo diceva venticinque anni fa veniva liquidato come allarmista, esagerato, ossessionato da fantasmi del secolo scorso. Oggi quei fantasmi hanno un nome e una percentuale: 44,5% in Sassonia-Anhalt, un partito di estrema destra a un passo dal governare da solo un Land tedesco per la prima volta dal 1945. Non è più un’ipotesi da dibattito accademico. È cronaca.

Il meccanismo che ci ha portato qui non è misterioso, e la storia lo ha già scritto una volta. Anni di sbarchi gestiti senza una vera strategia, di accoglienza diffusa senza le condizioni minime per trasformarsi in reale integrazione — insediamenti ai margini delle città senza regole chiare, senza lavoro, senza percorsi di giustizia sociale credibili — hanno alimentato esattamente il tipo di risentimento diffuso su cui l’estremismo ha sempre costruito il proprio consenso. Non perché l’accoglienza in sé sia sbagliata, ma perché la sua gestione caotica, protratta per anni senza correzioni, ha eroso la fiducia nella “quieta convivenza” più di quanto qualsiasi propaganda di destra sarebbe mai riuscita a fare da sola.

Il parallelo storico regge, con una precisazione che va fatta per onestà. Gli storici concordano ampiamente sul fatto che il Trattato di Versailles — le riparazioni impossibili, l’umiliazione nazionale imposta alla Germania sconfitta — insieme al collasso economico del 1929, crearono le condizioni sociali ed economiche in cui il nazismo poté attecchire e crescere fino alla conquista del potere. Questo è terreno storiografico solido. Non lo è altrettanto dire che il popolo tedesco “non potesse fare altro”: milioni di tedeschi si opposero fino all’ultimo, votarono altri partiti, finirono loro stessi nei campi di concentramento proprio per essersi opposti. Le condizioni furono un moltiplicatore terribile, non un destino ineluttabile — ed è una distinzione che vale anche per leggere l’oggi: le condizioni economiche e sociali possono spiegare la crescita di un fenomeno, senza per questo renderlo l’unico esito possibile.

Anche l’Italia ha una lezione dimenticata da questo stesso periodo. Mussolini, isolato e trattato con un moralismo selettivo dalla Società delle Nazioni — che tollerava il colonialismo di Francia e Inghilterra ma condannava solo quello italiano in Etiopia — trovò nell’ipocrisia occidentale la spinta decisiva verso l’alleanza con Hitler. L’ipocrisia percepita, quando è reale, non giustifica nulla — ma spiega perché certi regimi trovano alleati che altrimenti non avrebbero mai cercato.

E qui arriva la domanda più inquietante, che resta tale — un’ipotesi, non un fatto accertato: e se Putin avesse commesso lo stesso errore di calcolo del patto Molotov-Ribbentrop? Se davvero il Cremlino avesse favorito, anche solo con propaganda e sponda diplomatica, l’ascesa di forze come l’AfD — lo abbiamo documentato nei giorni scorsi, tra viaggi a San Pietroburgo e retorica anti-sanzioni — starebbe ripetendo l’illusione di Stalin nel 1939: usare l’estremismo altrui come argine temporaneo, credendo di poterlo controllare. La storia ha già mostrato come finisce quel tipo di scommessa: chi crede di cavalcare la tigre nazionalista finisce, prima o poi, travolto dalla stessa tigre. Se il pattern si ripete, non è affatto detto che la Russia di oggi ne resterà immune.

Non stiamo dicendo che l’AfD sia la riedizione letterale del nazionalsocialismo, né che Vannacci o Alba Dorata lo siano. Stiamo dicendo che i meccanismi che generano quel tipo di risposta politica — umiliazione percepita, caos sociale non gestito, ipocrisia delle élite — sono di nuovo tutti in movimento contemporaneamente, in Europa, oggi. La domanda che dovremmo farci non è se sia già successo di nuovo. È se abbiamo ancora il tempo di fermarlo prima che lo sia del tutto.

di MR Lutzen

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