Il 17 luglio Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, è entrato nel carcere di Bollate per scontare 14 anni e 9 mesi: aveva inseguito e ucciso due dei rapinatori che gli avevano appena svaligiato il negozio. Il 26 agosto, a Torino, Domenico Scullari — imprenditore di 39 anni, incensurato — viene arrestato per tentato omicidio: rincorso e investito con il suv i due ragazzi che gli avevano strappato la collana, uno dei quali è finito in coma. Il 29 agosto, sempre a Torino, un uomo accusato di aver aggredito sessualmente due persone in quaranta minuti — una tredicenne — torna libero dopo due sole notti. E stamattina, primo settembre, un quarantaduenne già scarcerato ad agosto 2025 per altri reati viene sorpreso da un cittadino mentre sfonda con una spranga la serranda di un’edicola a Nichelino: la giudice lo lascia uscire dall’aula senza alcuna misura cautelare, processo rimandato a ottobre. A Bologna, infine, dopo la morte di Abderrahim Fakir durante un fermo di polizia, sono gli agenti a finire sotto la lente degli inquirenti.
Cinque episodi, nell’arco di poche settimane, che disegnano una geometria capovolta: chi reagisce a un torto, o chi la legge la fa rispettare sul campo, rischia il carcere; chi delinque, nella maggioranza dei casi, esce dall’aula lo stesso giorno. Non è un’impressione isolata né un’illazione da bar: è un pattern che si ripete con una regolarità sufficiente a inquietare chiunque, a prescindere dallo schieramento politico. E non è nemmeno un fenomeno confinato a Torino: ad Agrigento, pochi mesi fa, un venticinquenne condannato a sette anni e dieci mesi per una scia di furti e rapine — tra cui l’aggressione a un’anziana di 77 anni — si è visto concedere gli arresti domiciliari dal giudice dell’udienza preliminare, nonostante il parere contrario della stessa Procura che lo aveva incriminato.
Viene da chiedersi, con la franchezza che i tempi impongono: vi sembra normale? Non parliamo più di un singolo magistrato più indulgente della media, né di una sentenza opinabile come ne capitano in ogni sistema giudiziario del pianeta. Parliamo di una sequenza che, presa nel suo insieme, produce un cortocircuito nella logica stessa del codice penale che dovrebbe applicare: il cittadino che difende ciò che è suo rischia, sistematicamente, più del delinquente da cui si sta difendendo.
Il paradosso, ormai, si è capovolto su se stesso. Il negoziante che perde la pazienza, l’imprenditore derubato che insegue il suo aggressore, il gioielliere che si ritrova un’arma spianata in negozio: sono loro, oggi, a varcare la soglia di una cella. Chi delinque — lo dimostrano Nichelino, il minimarket di Madonna di Campagna, Agrigento — attraversa spesso la stessa soglia in senso opposto, e nel giro di ore. È la normalizzazione di un’illegalità diffusa e tollerata, quella a cui ci siamo assuefatti senza nemmeno più indignarci, se non per il tempo di un titolo di giornale.
E qui la responsabilità non può più ricadere soltanto su un gip, un giudice, un magistrato di turno. Il problema, a guardarlo con onestà, è più ampio e chiama in causa l’intera catena: le istituzioni che non trovano una linea condivisa, la politica che si accapiglia sui casi singoli invece di affrontare la questione strutturale — e lo scorso marzo, quando gli italiani hanno avuto la possibilità concreta di cambiare le regole del gioco, con il referendum sulla separazione delle carriere e la nuova Alta Corte disciplinare autonoma dai magistrati stessi, ha vinto il No: quasi il 54% contro il 46%. La riforma è stata bocciata, e il sistema disciplinare resta quello di sempre. E allora sì, chiamiamo in causa anche noi cittadini — non solo chi ha votato per mantenere lo status quo, ma anche chi, di fronte a un torto quotidiano, si limita a estrarre il telefono per riprendere la scena invece di intervenire, chi guarda dall’altra parte, chi tace per quieto vivere. Rischiamo tutti di abituarci a considerare questo scenario come il prezzo fisiologico di una convivenza urbana ormai fuori controllo. Non lo è, e non dovrebbe esserlo. Il punto di non ritorno, se arriverà, non sarà annunciato da una data sul calendario: sarà semplicemente il giorno in cui avremo smesso di dircelo.
Ingiustizia è fatta.