In meno di 24 ore la scarcerazione del gestore del minimarket di Madonna di Campagna è diventata un caso nazionale. Giorgia Meloni si chiede come si spieghi alla famiglia della ragazza che l’uomo arrestato “è di nuovo lì”. Matteo Salvini invoca la castrazione chimica. La senatrice di Italia Viva Raffaella Paita parla di scelta “surreale” e “vergognosa”. La Commissione Femminicidio del Pd annuncia un’interrogazione parlamentare. Perfino i membri laici del Csm hanno chiesto l’apertura di una pratica. Lo stesso Nordio, pur premettendo di non poter interferire sull’autonomia della magistratura, ha inviato gli ispettori “vista l’eccezionalità del caso e l’allarme sociale cagionato”. Destra, sinistra, centro, perfino il Guardasigilli: raramente si vede una convergenza così ampia contro un solo provvedimento.
Diciamolo con chiarezza, senza nasconderci dietro giri di parole: quel magistrato deve dimettersi. Non lo chiediamo per vendetta né in spregio all’indipendenza della magistratura, che resta un principio costituzionale da difendere sempre — anche quando è scomodo. Lo chiediamo perché l’indipendenza di un giudice nel decidere è una garanzia diversa dall’immunità dalle conseguenze quando quella decisione tradisce la fiducia pubblica in modo così plateale. Due aggressioni sessuali in quaranta minuti, una delle quali su una tredicenne, documentate da telecamere: di fronte a questo quadro, “si è mostrato dispiaciuto” non può bastare a riportare in libertà un indagato dopo due notti. Chi ha firmato quella decisione ha dimostrato, con un atto verificabile, di non avere più la sensibilità necessaria per giudicare in materia di abusi su minori.
Per i reati di violenza sessuale ai danni di minorenni, la legge italiana prevede la procedibilità d’ufficio (art. 609-septies c.p.): lo Stato procede a prescindere dalla querela della vittima, perché considera l’interesse pubblico a perseguire questi fatti superiore a qualunque valutazione privata. Sono due piani giuridici distinti, ma lo stesso principio vale anche per l’azione disciplinare contro i magistrati: il procedimento davanti al Csm può partire d’ufficio, su iniziativa del Procuratore Generale della Cassazione o del Ministro della Giustizia, senza bisogno che sia la famiglia della vittima a presentare un esposto. Il sistema, se vuole, può muoversi da solo — la domanda è se lo farà.
E il sistema, in questo caso, uno strumento ce l’ha: la Sezione disciplinare del Csm può arrivare fino alla rimozione dalla magistratura, la sanzione più grave prevista dal decreto legislativo 109/2006, per “grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile” o “travisamento dei fatti”. Non è un’invenzione né un desiderio: è già scritto nell’ordinamento, è già stato applicato in altri casi. Il punto è se il Csm avrà il coraggio di applicarlo anche qui, o se — come troppo spesso accade — tutto si concluderà con un richiamo informale e la stessa toga, lo stesso ruolo, la stessa inamovibilità di sempre.
Non abbiamo elementi per dire che dietro questa decisione ci sia altro che un errore di valutazione gravissimo — lo scriviamo con chiarezza, perché un’accusa più pesante, senza prove, sarebbe essa stessa un abuso. Ma proprio per questo la richiesta è ancora più netta: se è incapacità, che se ne vada. Se il Csm accerta negligenza inescusabile, che lo rimuova. In entrambi i casi, quella tredicenne merita di sapere che il sistema ha preso sul serio quello che le è successo — non solo a parole.
di MR Lutzen