Torino, la città dell’impunità. Ora il magistrato paghi

Un uomo violenta una tredicenne in un minimarket. Quaranta minuti prima aveva già molestato un’altra donna. Il gip lo scarcera dopo due notti perché “è parso collaborativo”. E non è la prima volta che a Torino un giudice tratta così un caso di violenza sessuale.

Sabato 29 agosto, Torino, quartiere Madonna di Campagna. Una ragazzina di tredici anni esce di casa con tre euro in tasca per comprare la merenda ai fratelli. Entra nel minimarket più economico della zona. Dentro c’è solo il gestore, un uomo di 42 anni. Le chiede se ha il fidanzato, quanti anni ha. Quando scopre che ne ha tredici le dice: “Sei molto giovane”. Poi la violenta tra gli scaffali.

Quaranta minuti prima, lo stesso uomo aveva già molestato un’altra donna, adulta, nello stesso negozio. Le telecamere hanno ripreso entrambe le scene.

Due episodi in meno di un’ora che, secondo la Procura, delineano un concreto rischio di reiterazione del reato. Su questa base il pubblico ministero chiede la custodia cautelare in carcere: “vi è il concreto pericolo che, se libero, commetta reati della stessa specie”. Il gip respinge la richiesta. Dopo due notti, l’uomo torna libero.

Il motivo lo trovate scritto nero su bianco nell’ordinanza: l’uomo è incensurato. È “parso collaborativo” perché ha consegnato agli agenti i filmati delle telecamere — le stesse che lo inchiodavano senza scampo, quindi tanto valeva. Ha detto di essere “dispiaciuto”. Il gip scrive che avrebbe mostrato “resipiscenza” — un ravvedimento — e che il “trauma dell’arresto” sarebbe deterrente sufficiente a non farlo ricadere.

Deterrente sufficiente per un uomo che, secondo l’accusa, in quaranta minuti ha aggredito due persone diverse, una delle quali minorenne. Il trauma dell’arresto.

L’uomo oggi è libero. Lavora di nuovo nel suo negozio. L’unica misura cautelare che gli è stata imposta è l’obbligo di firma — che può concordare comodamente con la polizia, senza nemmeno doversi spostare dalla sua zona.

Non è un caso isolato

A Torino, negli ultimi dodici mesi, non è la prima volta che una decisione giudiziaria su un caso di violenza sessuale finisce sotto accusa. Nel settembre 2025 una sentenza del Tribunale di Torino sul caso di una donna vittima di maltrattamenti aveva sollevato critiche pesanti da parte della stessa dottrina giuridica, per un impianto motivazionale costruito su presunte “massime di esperienza” più vicine al pregiudizio che al diritto. Lo stesso mese, il caso di Lucia Regna aveva riportato alla memoria le otto condanne che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha inflitto all’Italia dal 2015 a oggi per il modo in cui i tribunali italiani trattano le vittime di violenza sessuale.

Un anno dopo, un’altra aula torinese, un’altra decisione che lascia a piede libero chi la Procura accusa di aver aggredito due persone in quaranta minuti.

Chi paga per questa scelta

Non stiamo parlando di un errore procedurale, di un cavillo, di una garanzia difensiva che va rispettata anche quando è scomoda. Stiamo parlando di un giudice che ha avuto davanti la richiesta di un pubblico ministero fondata su un rischio di reiterazione che gli stessi atti dell’inchiesta documentavano — due episodi nella stessa ora — e ha deciso che bastava la parola “dispiaciuto” messa a verbale da un uomo assistito dal suo avvocato.

La toga non risponde delle sue decisioni. Non politicamente, non economicamente, quasi mai disciplinarmente. Il Consiglio Superiore della Magistratura si riunisce, valuta, nella stragrande maggioranza dei casi archivia. Il magistrato che ha firmato questa scarcerazione continuerà a giudicare, con lo stesso stipendio, la stessa toga, la stessa inamovibilità.

Il ministro Nordio ha inviato ispettori. Bene, è il minimo. Ma un’ispezione che si perde nei corridoi del Ministero e finisce con un nulla di fatto — come succede quasi sempre — non restituisce a quella tredicenne un solo minuto di sonno tranquillo.

Il punto non è la garanzia. È la proporzione. Un giudice ha avuto davanti un quadro accusatorio con due episodi in quaranta minuti e ha scelto la parola di chi era accusato di averli commessi contro il giudizio di chi indaga sul campo. Se questa non è una responsabilità che va accertata fino in fondo — con nome, cognome e conseguenze — allora la parola “responsabilità” in questo Paese non significa più niente per chi indossa la toga.

La certezza della pena comincia dalla certezza della custodia cautelare quando il rischio è concreto. Qui il rischio non era un’ipotesi accademica: secondo l’accusa, si era già materializzato due volte nella stessa ora.

Ora il magistrato risponda di questa decisione. O almeno, che qualcuno gli chieda conto.

Rispondi