Trecentotrentamila abitanti. Un’isola di roccia vulcanica in mezzo all’Atlantico. Nessun esercito. E ieri, l’Islanda ha guardato in faccia l’Unione Europea e ha detto no.
Non un no timido, non un no di protesta con l’astensione. Un no votato: 52,8% contro 47,2%, con un’affluenza dell’82,5%. Duecentoventicinquemila persone si sono alzate e sono andate a votare su una domanda che in Italia non ci fanno fare da vent’anni.
Il quesito era perfino moderato: riaprire i negoziati. Non entrare — solo trattare, vedere le condizioni, e poi decidere con un secondo referendum. Una porta socchiusa. Gli islandesi l’hanno chiusa lo stesso.
Il dato più interessante non è la percentuale, è la mappa. Il Sì ha vinto solo nelle due circoscrizioni di Reykjavík. Ovunque altrove il No ha sfondato: 62,9% nel nord-ovest, 61,2% nel nord-est, 60,5% nel sud. Perfino nella cintura urbana intorno alla capitale il No è passato, di misura. Capitale contro provincia, ceto istruito contro chi lavora: è la stessa faglia che si è aperta sulla Brexit, sul referendum costituzionale italiano, su ogni consultazione europea degli ultimi quindici anni. E ogni volta l’establishment si stupisce, come se fosse la prima.
Perché hanno detto no? Perché il pesce vale il 40% delle esportazioni islandesi, e entrare nell’Unione significa mettere le proprie acque nella politica comune della pesca. Cioè: pescherecci spagnoli, francesi e olandesi nelle acque che ti danno da mangiare, con quote decise a Bruxelles da gente che l’Atlantico del nord l’ha visto in cartolina. Gli islandesi hanno fatto un calcolo semplice e hanno capito che ci rimettevano. Non serve un dottorato, serve saper contare.
E hanno notato una cosa che a Bruxelles fingono di non vedere: l’Islanda è già nel mercato unico, è già in Schengen. Ha il commercio, ha la libera circolazione, ha tutto quello che serve. Quello che non ha è l’obbligo di adeguarsi a regole scritte da altri. E ha deciso che quella parte se la tiene.
Kristrún Frostadóttir, premier socialdemocratica, era stata eletta due anni fa con il referendum nel programma. Il suo governo aveva venduto l’adesione come l’occasione della vita: ora o mai più. I sostenitori del Sì hanno agitato lo spauracchio dei tassi d’interesse, dell’inflazione, di Trump che vuole la Groenlandia, del mondo pericoloso là fuori. La paura non ha funzionato — non funziona quasi mai, quando la gente ha in mano un argomento concreto. E loro avevano il pesce.
La Commissione ha risposto che rispetta il voto. Certo, cos’altro poteva dire. Ma il punto non è la reazione di Bruxelles. È che ogni volta che a un popolo europeo viene chiesto direttamente cosa pensa dell’Unione, la risposta è più fredda di quanto i palazzi si aspettino. Danimarca 1992. Francia e Olanda 2005. Irlanda 2008. Regno Unito 2016. Islanda 2026.
Ogni volta la spiegazione ufficiale è la stessa: la gente non ha capito, è stata disinformata, ha votato di pancia. Oppure — ipotesi mai contemplata — ha capito benissimo.
L’Islanda ha trecentotrentamila abitanti, sta in mezzo al nulla, ed è appena stata più sovrana di paesi che ne hanno sessanta milioni. Ha guardato l’Europa e ha detto: grazie, mi tengo il mio pesce.
Onestamente, difficile darle torto.