Mentre l’Italia proroga per altri 15 giorni la sospensione di Schengen con la Spagna — misura nata ad agosto dopo la crisi di Ceuta — a Torino va in scena il paradosso opposto: chi è già dentro i confini, e si è macchiato di reati gravissimi, viene rimesso in libertà nel giro di 48 ore.
Il caso più eclatante è quello del minimarket di Madonna di Campagna. Un gestore 42enne, cittadino bengalese, è accusato di aver violentato una tredicenne entrata nel negozio per comprare succhi di frutta ai fratellini. Le telecamere del locale avrebbero immortalato tutto, compreso un secondo episodio — un’aggressione a una donna adulta — avvenuto appena quaranta minuti prima. Nonostante la Procura avesse chiesto la custodia cautelare in carcere, evidenziando il concreto rischio di reiterazione del reato, il Gip lo ha rimesso in libertà dopo due sole notti: a suo favore avrebbe pesato l’assenza di precedenti penali, la “collaborazione” nel consegnare i filmati e la “resipiscenza” mostrata in udienza. Il ministro Nordio ha annunciato l’invio di ispettori del ministero della Giustizia.
Non è un caso isolato. Sempre a Torino resta aperta la vicenda dell’imam Mohamed Shahin, che aveva definito il massacro del 7 ottobre “un atto di resistenza”: nonostante il decreto di espulsione firmato dal Viminale, la Cassazione ha dovuto accogliere il ricorso del ministero contro i giudici che ne avevano bloccato l’allontanamento, rinviando la decisione finale a un’altra sezione della Corte d’Appello. A distanza di mesi, l’imam resta libero sul territorio italiano.
Due vicende diverse, un solo filo conduttore: mentre si negoziano proroghe e controlli alle frontiere esterne per arginare nuovi arrivi, il sistema giudiziario fatica a garantire che chi è già qui — e ha già dimostrato di rappresentare un pericolo — venga effettivamente allontanato. Blindare Ventimiglia e la frontiera spagnola ha un senso solo se si è altrettanto rigorosi con chi il confine lo ha già varcato e ne ha tradito la fiducia.