Cinquemila migranti irregolari che vagano per le strade di Ceuta. Non in un centro di accoglienza, non in una struttura temporanea: per le strade. Di una città che ha sessantamila abitanti e che da anni chiede a Madrid una risposta che non arriva.
La risposta di Sánchez, nel frattempo, è stata coerente con il suo stile: nessuna. O meglio, quella risposta tipica dei governi progressisti quando il problema è scomodo — un misto di silenzi, accuse di razzismo a chi pone la questione e annunci che non diventano mai misure concrete.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i residenti di Ceuta sono esasperati, e hanno ogni ragione per esserlo. Non si tratta di ostilità verso i migranti. Si tratta di una città abbandonata dal proprio governo centrale, costretta a gestire da sola una pressione che Madrid ha deliberatamente scelto di ignorare.
Sánchez ha allentato i controlli quando gli faceva comodo, ha firmato accordi con il Marocco che si sono rivelati carta straccia, ha usato la retorica dell’accoglienza per non fare nulla di strutturale. Ogni volta che la situazione è esplosa — e Ceuta ne sa qualcosa, dai diecimila arrivi del 2021 in poi — il governo ha gestito l’emergenza senza mai affrontare il problema.
Perché affrontarlo significherebbe ammettere che i confini vanno controllati, che i rimpatri vanno eseguiti, che l’immigrazione irregolare non è una categoria astratta ma una pressione reale su persone reali che vivono in posti reali.
Ceuta lo sa. Sánchez no. O fa finta.