Due episodi paralleli, la stessa settimana, la stessa faglia che si apre. Per raccontare le crepe del centrosinistra non serve la destra: bastano le sue stesse parole e i suoi stessi alleati storici.
Ad Albenga, il 24 agosto, il presidente del Pd Stefano Bonaccini analizza i flussi elettorali che negli ultimi anni hanno premiato le destre in tutto l’Occidente — Trump, Brexit, Le Pen, e in Italia Meloni, Salvini e “forse Vannacci”. Il verdetto: quel voto arriva “in maniera maggioritaria” da chi ha studiato poco, vive nelle periferie e sta peggio economicamente. Giorgia Meloni non se lo lascia scappare: sui social accusa Bonaccini di considerare gli elettori di destra “ignoranti da compatire, quando non da rieducare”, e rivendica il proprio elettorato — “quegli italiani hanno studiato sulla loro pelle le conseguenze delle politiche della sinistra”. Si accodano in fila Antonio Tajani (“un’offesa agli elettori”), Matteo Salvini (“il solito vizietto della sinistra”), il guardasigilli Carlo Nordio, e Roberto Vannacci, che rivendica con orgoglio il proprio voto. Bonaccini prova ad arginare il danno — “hanno estrapolato una frase da un ragionamento più complessivo”, si difende, insistendo che il senso fosse autocritico verso il proprio partito. Elly Schlein lo blinda, spostando l’attacco su benzina e bollette. Resta la beffa finale, notata da più di un commentatore: l’uomo che parla di scarsa istruzione come discriminante del voto ha, lui stesso, solo una licenza media superiore.
Tre giorni dopo, la crepa si apre da un’altra parte — stavolta senza bisogno dell’aiuto della destra. Con Sigfrido Ranucci di fatto sospinto fuori da Report (la Rai gli avrebbe proposto un trasferimento che lui stesso, in un’intervista, ha paragonato al destino di Giulio Regeni), è Vauro Senesi, storica firma satirica del Fatto Quotidiano, a rompere il fronte. Su Instagram scrive senza mezzi termini: “io non sto con Ranucci”, accusandolo di essersi reso “partecipe del teatro delle vanità che ha sostituito il giornalismo da tempo”. Non risparmia nessuno, Vauro: parla di “livelli di mediocrità desolanti” che attraversano trasversalmente sia la politica che l’informazione italiana, e alla sinistra che dice di seguire “da tempo” imputa proprio quell’atteggiamento — il teatrino, le vanità, l’assenza di autocritica — per aver “distrutto” il campo progressista e consegnato il Paese al suo destino attuale.
Due strappi, nella stessa settimana, che arrivano non da un avversario esterno ma dall’interno dello stesso campo — un dato elettorale che si ritorce contro chi lo pronuncia, una firma storica della satira di sinistra che si smarca dal proprio schieramento. Difficile, per il Pd e per un certo mondo progressista, continuare a raccontarsela come se il problema fosse sempre e solo altrove.