Chi paga il viaggio? I tempi cambiano, arrivano le inchieste

Per anni, quello che in tanti sospettavano non è mai diventato un vero tema di discussione pubblica. Accostare l’accusa di tratta di esseri umani al sistema di soccorso e accoglienza europeo era impensabile: il rischio, oltre alla querela, era lo sputtanamento mediatico immediato. Lo sa bene Matteo Salvini, che da ministro dell’Interno, nel giugno 2019, parlò apertamente di “naufraghi a pagamento” e di “evidenti connessioni tra scafisti e organizzazioni umanitarie”, aggiungendo: “Probabilmente solo qualche procuratore non se ne accorge, ma il resto del mondo sì”. Sea Watch lo querelò per diffamazione. Per il caso Open Arms — 147 migranti tenuti a bordo per 19 giorni nell’agosto 2019 — è finito sotto processo con l’accusa di sequestro di persona: sei anni di procedimento, con la procura di Palermo che ha chiesto per lui sei anni di carcere. Le troppe sovraesposizioni mediatiche del leghista, negli anni successivi, hanno fatto il resto, riducendo una credibilità che la Lega paga ancora oggi in termini elettorali — ma questo non cancella il fatto che la domanda di fondo, posta con quei toni sopra le righe, non fosse peregrina.

Perché la gente comune, quella che i giornali ha imparato a filtrarli da sola, se lo è sempre chiesta: come fa un cittadino dell’Africa centrale, con un reddito medio che in molti Paesi della regione non supera i 100-150 dollari l’anno, a mettere insieme 12-15.000 euro per una traversata? E come attraversa, con quella cifra in tasca, le mille insidie di deserti e bande di predoni lungo la rotta terrestre? Non erano domande banali, ma nemmeno impossibili da porsi — soprattutto per chi lavora nell’intelligence, se non nelle segreterie di partito dove di solito i sospetti restano sequestrati dalla convenienza politica del momento.

Il problema è che i tempi non erano maturi. Un riscontro giudiziario del principio — non del fatto specifico, ma della logica economica di fondo — esisteva però già da anni, ed è agli atti di un processo concluso con condanne passate in giudicato, chiuso più di un decennio fa e senza alcun legame con le vicende odierne: Salvatore Buzzi, cuore di Mafia Capitale, intercettato nel 2014 mentre chiedeva a un socio “Tu c’hai idea di quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”. Le sue cooperative incassavano 35-40 euro a migrante al giorno dal Comune di Roma, per un margine netto di quasi 3 milioni di euro nel solo 2013, con l’aiuto di un ex funzionario, Luca Odevaine, che sedeva al tavolo che decideva quanti richiedenti asilo assegnare alla città. Un caso giudiziario chiuso, di un’altra epoca, di un’altra città, di persone diverse da quelle coinvolte nei fatti di oggi: citato qui solo perché dimostra, con una sentenza vera, che il sospetto sul denaro pubblico legato all’accoglienza non era mai stato pura fantasia.

C’è anche una ragione più prosaica per cui il clima intorno a questo tema sta cambiando ora, ed è misurabile: il crimine da rapina e furto in appartamento, tradizionalmente concentrato nelle periferie, si è spostato con evidenza documentata verso i quartieri che contano. A Roma, tra Parioli, Fleming, Vigna Clara, Cassia e Olgiata, i residenti denunciano una media di due appartamenti svaligiati al giorno in alcuni complessi; più fonti del 2026 confermano che i quartieri residenziali borghesi sono ormai bersaglio privilegiato di bande specializzate. A Milano la Questura segnala lo stesso incremento nelle zone centrali — Monforte, Sempione, Ticinese. Non significa che quei furti siano opera delle stesse reti che trafficano migranti: non esiste alcun riscontro che colleghi le due cose direttamente. Significa però che quando un problema smette di restare confinato a chi ha meno voce politica, l’attenzione mediatica e giudiziaria si accende con una rapidità sorprendente — è un meccanismo vecchio quanto la politica stessa, non un’invenzione di queste settimane.

Oggi arriva la conferma su scala industriale, in un caso completamente distinto da quello di Buzzi e senza alcun rapporto con esso. L’operazione Salem, coordinata da Europol tra Spagna e Algeria, ha portato a 78 arresti e al sequestro di 18 motoscafi ad alte prestazioni, per un valore complessivo di 5 milioni di euro, oltre ad armi, munizioni e tecnologia specializzata. La rete, risultata collegata alla Mocro Mafia (l’organizzazione criminale marocchino-olandese) e al Milieu marseillais, la mafia storica di Marsiglia, gestiva un traffico a doppio flusso perfettamente organizzato come un’azienda di logistica — comandanti, responsabili finanziari, reclutatori, addetti al rifornimento in mare: droghe sintetiche, armi da fuoco ed esplosivi verso l’Algeria; hashish e migranti al ritorno, fino a 12.000 euro a persona, oltre 50 per ogni traversata, per profitti accertati superiori ai 24 milioni di euro sul solo traffico di esseri umani. In parallelo, l’operazione Phantom in Sardegna ha smantellato uno schema identico — ma di nuovo un’organizzazione diversa, senza legami con le precedenti — tra Algeria, Cagliari e Marsiglia, con un richiedente asilo da poco stabilitosi nel Cagliaritano a capo dell’organizzazione. Casi diversi, persone diverse, epoche diverse: quello che li accomuna non è un’unica rete, ma un unico principio economico, verificato ormai più volte in contesti indipendenti — un flusso costante di arrivi vale più, in euro, di quasi ogni altro traffico illecito conosciuto, e questo vale sia per chi organizza le traversate sia, come dimostrato dal caso Buzzi di un decennio fa, per chi gestisce l’accoglienza una volta a terra.

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