“Prima dei confini ci sono le persone. Liberiamo la convivenza dal sospetto”: le parole di Leone XIV al Meeting di Comunione e Liberazione diventano titolo di apertura su Repubblica, con tanto di articolo di approfondimento su “il diritto umanitario calpestato”. Il Papa, in questo caso, è un’autorità morale da citare per intero, senza filtri, come argomento che chiude la discussione.
Stranamente, la stessa autorità morale scompare — o si affievolisce parecchio — quando lo stesso Pontefice, con la stessa fermezza dottrinaria, dichiara che l’aborto è “un omicidio” e che chi lo pratica sono “sicari”, che l’ideologia gender è “una minaccia all’identità umana e alla famiglia”, o che il fine vita assistito va respinto in nome della dignità della vita fino alla fine naturale. Sono posizioni che Leone XIV, come Francesco prima di lui, ha ribadito più volte, con la stessa nettezza con cui parla di migranti — ma che raramente occupano l’apertura del sito con lo stesso tono di endorsement, e più spesso vengono derubricate a “posizione tradizionalista della Chiesa”, quasi un dettaglio folkloristico da mettere tra parentesi.
Non è ipocrisia nel senso di malafede: è semplicemente come funziona il giornalismo a tesi, di qualunque colore politico — si cita l’autorità quando conferma quello che si voleva già scrivere, la si derubrica a “posizione conservatrice di un’istituzione religiosa” quando dice l’opposto. Il problema è che il Papa non è un editorialista freelance di cui si possano prendere solo i pezzi comodi: è un’unica persona, con un’unica dottrina coerente, che tiene insieme l’accoglienza dei migranti e la difesa della vita nascente nello stesso impianto teologico — la stessa “dignità della persona umana” che Repubblica cita approvando su un fronte è esattamente il fondamento che il Pontefice invoca sull’altro, quello che di solito resta silenziato.
Chi cita un’autorità solo quando conferma la propria tesi non sta facendo informazione: sta facendo propaganda con una fonte più autorevole del solito.