Report ha raccontato il mondo del vino italiano come un “film dell’orrore”, fatto di lieviti selezionati, mosti concentrati e produttori pronti a tutto pur di non correre rischi in vigna. Poi, in quello stesso film dell’orrore, ha indicato l’eccezione: Piero Riccardi, delle Cantine Riccardi Reale, il vignaiolo che “rinuncia all’avidità ancestrale in nome del rispetto della natura” — l’uomo buono in mezzo ai cattivi, il contro-esempio che rendeva credibile tutta l’inchiesta.
C’è un problema, ed è il tipo di problema che smonta un’inchiesta dalle fondamenta: Piero Riccardi risulta autore di 29 puntate di Report. Non un contadino scovato per caso e raccontato con onestà, ma un collaboratore interno del programma, presentato al pubblico come se fosse un terzo indipendente. Al suo fianco, nell’azienda, c’è Lorella Reale — a sua volta firma di precedenti inchieste dello stesso programma su cibo e carne. Il modello virtuoso non veniva da fuori: veniva dalla redazione.
Tra le vittime collaterali di quella stessa puntata c’è Lamberto Frescobaldi, presidente di Marchesi Frescobaldi e dell’Unione Italiana Vini, intervistato due volte da Report ai tempi dell’inchiesta sui lieviti. Al Corriere della Sera racconta oggi di essere rimasto male nel vedersi andare in onda: le sue frasi, dice, sarebbero state tagliate e ricomposte in un montaggio che ne distorceva il senso. Il tema, spiega, era genericamente i lieviti selezionati — usati anche per pane e birra, non certo un’esclusiva sospetta del vino — ma il montaggio lo ha fatto apparire come uno dei “piccoli chimici” da mettere in contrapposizione al vignaiolo virtuoso. Lo stesso vignaiolo che, si scopre ora, scriveva le inchieste del programma che lo intervistava. La sintesi di Frescobaldi è un consiglio più che un commento: “Meglio cambiare canale”.
E allora la domanda da fare non è se sia successo, ma per conto di chi. A favore di chi lavorava, in quella puntata, la scelta di presentare un autore interno come agricoltore indipendente e virtuoso? Non certo del telespettatore, che credeva di vedere un contadino qualunque premiato per merito e si ritrovava invece davanti a un dipendente del programma. A favore delle Cantine Riccardi Reale, che hanno ricevuto una pubblicità nazionale gratuita e di enorme valore commerciale, presentata come endorsement giornalistico indipendente anziché come quello che era. E a favore di Report stesso, che aveva bisogno di un contro-esempio credibile per rendere sostenibile l’impianto narrativo dell’intera inchiesta — e lo ha trovato, comodamente, dentro casa propria, senza il fastidio di doverlo cercare o verificare altrove. Chi ci ha rimesso è solo lo spettatore, e produttori come Frescobaldi, trattati da controparte negativa in un confronto truccato in partenza.
Era tutto finto? No — è peggio, perché “finto” suggerirebbe un errore in buona fede, uno scambio di persona, una svista editoriale. Qui il meccanismo è più preciso: un conflitto d’interessi non dichiarato, con un dipendente del programma presentato come prova indipendente della propria tesi, mentre chi dissentiva veniva montato per sembrare la controparte sbagliata. Non è disinformazione nel senso classico — nessun fatto inventato di sana pianta. È qualcosa di più sottile e, a conti fatti, più difficile da perdonare: la verità vera, selezionata e disposta apposta per confermare la tesi che si voleva già dimostrare prima di girare la prima immagine.
Sulla vicenda Ranucci-Lavitola in parallelo: Altro che Falcone. È solo Paperino.
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