C’è un errore di casting, in questa storia, ed è tutto di Ranucci: si è scritto nella parte sbagliata. Lui si vede Falcone, inseguito dallo Stato-mafia con la stessa dignità tragica di chi sapeva di essere già condannato. Ma rileggendo i fatti come stanno — un amico chiacchierato da vent’anni, un piano elaborato per anni nell’ombra, un sondaggio segreto per lanciare una candidatura, un attentato dimostrativo finito senza feriti, un post su Facebook che invoca Moro e Falcone al primo vero imbarazzo mediatico — il genere letterario giusto non è il dramma giudiziario. È Topolino, e i ruoli sono già tutti assegnati.
Valter Lavitola è Gambadilegno, ovviamente: il piano sempre troppo ambizioso per i mezzi a disposizione, l’entusiasmo da manuale del cospiratore dilettante, la certezza incrollabile — nonostante una vita di fallimenti clamorosi documentati, dalla compravendita dei senatori alla casa di Montecarlo — che questa volta il colpo gli riuscirà alla grande. Gambadilegno non ce l’ha mai fatta con Topolino. Lavitola, a giudicare dalle carte, non ce l’ha fatta nemmeno lui: il piano dell’attentato-che-crea-un-eroe-politico si è fermato, come sempre, un passo prima del traguardo — con l’amico prescelto sì lanciato, ma soprattutto lanciato dritto in un’inchiesta.
E se Lavitola è Gambadilegno, Ranucci è Paperino: convinto di essere sempre la vittima di un destino ingiusto, pronto a trasformare ogni contrattempo in un dramma epico degno delle pagine di storia, con un’opinione di sé che il mondo intorno non gli conferma mai abbastanza — tanto da dover essere lui stesso, periodicamente, a ricordarla al mondo. È lo schema classico dell’anatra più famosa di Paperopoli: il cielo che cade in testa, raccontato come se fosse la fine del mondo, mentre la causa vera del pasticcio è molto più terra terra — un’amicizia coltivata per anni senza mai farsi la domanda giusta, un apporto dato con leggerezza a un sondaggio che serviva a lanciare proprio lui. Paperino si indigna sempre, platealmente, proprio quando è lui stesso ad aver causato il guaio in cui si trova. Il post su Moro e Falcone, letto con questa chiave, non è un lampo di dignità sotto attacco: è la sceneggiata di chi confonde un imbarazzo autoinflitto con una strage di Stato.
Manca solo la battuta finale, quella che chiude ogni episodio classico: sarebbe filato tutto liscio, se non fosse per quei fastidiosi cronisti giudiziari. Non serve una gip per certificarlo. Basta il buon senso di chi, guardando la vicenda con un minimo di proporzione, riconosce una comica quando la vede — anche quando qualcuno, sul palco, insiste per recitarla in tono tragico.
Il post di Ranucci che ha ispirato il paragone: Moro, Mattarella, Falcone, Borsellino, Ranucci.
Un pensiero su “Altro che Falcone. È solo Paperino.”