Aveva ragione De Luca. Tutto costruito a tavolino?

Nel settembre 2015, dal palco della Festa nazionale di Scelta Civica a Salerno, Vincenzo De Luca pronunciò due parole che allora sembrarono solo l’ennesima sfuriata di un politico insofferente alle critiche: “camorrismo giornalistico”. Il bersaglio era Rai3, e in particolare Report. La definizione che ne diede fu precisa, quasi tecnica: “Se viene un giornalista e mi intervista, e poi si spezzetta e ne escono 10 secondi, questo per me è camorrismo giornalistico”. Portò a esempio il caso del Crescent di Salerno, l’opera architettonica su cui — disse — la stessa rete pubblica aveva costruito “sei servizi” nello stesso programma. Il camorrismo, per De Luca, non era un’accusa di mafia in senso proprio: era “avere forme di violenza verso gli altri essere umani”, campagne mediatiche capaci di “distruggere la dignità della persona, della sua famiglia, senza alcun riguardo per l’analisi dei fatti”.

All’epoca la reazione fu quasi unanime: linguaggio “volgare”, “arrogante”, un politico che non sopportava le domande scomode e se la prendeva con chi gli faceva da specchio. L’Ordine dei giornalisti della Campania parlò di attacco ingiustificato. Dieci anni dopo, con quello che sappiamo oggi, quella lettura andrebbe quantomeno riaperta.

Perché il meccanismo che De Luca descriveva a parole nel 2015 — un’intervista tagliata su misura, un montaggio che ricompone la realtà per farla dire quello che si vuole farle dire — è esattamente quello che emerge oggi, documentato nero su bianco, dal caso Piero Riccardi: un autore interno di Report, con 29 inchieste firmate per il programma, presentato al pubblico come l’agricoltore virtuoso e indipendente che smentiva “l’avidità” del resto del settore vinicolo. È lo stesso meccanismo per cui Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione Italiana Vini, si è visto ricomporre le proprie dichiarazioni in un montaggio che — sono parole sue — ne distorceva il senso, fino a farlo sembrare un “piccolo chimico” in contrapposizione al collega-autore spacciato per testimone neutrale.

Non stiamo parlando dello stesso episodio, e questo è precisamente il punto: sono due vicende diverse, distanti dieci anni, su temi diversi — un governatore regionale e un imprenditore vinicolo — che descrivono però lo stesso identico meccanismo produttivo. Un’inchiesta non nasce e si sviluppa seguendo i fatti ovunque portino: nasce con una tesi già scritta, e i fatti — le interviste, i testimoni, i contro-esempi — vengono selezionati, tagliati e disposti apposta per sostenerla. Chi si presta al copione riceve un trattamento; chi non collabora, o dice qualcosa di scomodo, si ritrova tagliato a dieci secondi.

De Luca lo chiamò con un nome sproporzionato e urlato, che gli è costato dieci anni di ironie e distanze editoriali. Ma il contenuto tecnico dell’accusa — non la parola, il meccanismo — regge oggi più di quanto reggesse allora. Non serviva la camorra per costruire a tavolino un’inchiesta: bastava, a quanto pare, un autore compiacente e una sala di montaggio.

Il caso che ha innescato il parallelo con De Luca: Il vignaiolo “senza avidità” di Report era un autore di Report.

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