Moro, Mattarella, Falcone, Borsellino, Ranucci: la genealogia che si è scritto da solo

Sigfrido Ranucci ha pubblicato su Facebook un post dal titolo “La voce che spaventa”, e il titolo, va detto, non mente sulle intenzioni. Ci scrive dentro: “Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza”. E ancora: “Muoiono tutti nello stesso modo, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto un attimo prima degli altri il disegno di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta”.

Rileggiamola con calma, questa genealogia. Aldo Moro, sequestrato e ucciso dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia. Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, ammazzato dalla mafia sotto casa davanti alla famiglia. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fatti saltare in aria con le rispettive scorte in due stragi che hanno segnato la storia repubblicana. Quattro nomi che l’Italia continua a commemorare non per pudore retorico ma perché quelle morti hanno davvero cambiato il Paese. E poi, ultimo anello dichiarato della catena: Sigfrido Ranucci, conduttore Rai, la cui auto è esplosa senza ferire nessuno.

Non è in discussione la gravità di quell’attentato, né il diritto di Ranucci a sentirsi in pericolo: chi mette una bomba sotto un’auto commette un reato gravissimo, punto. Il problema è un altro, ed è di misura: mettersi in fila, per nome e cognome, dietro un presidente del Consiglio incaricato sequestrato e ucciso e due magistrati sventrati da un’autobomba di Stato-mafia, richiede una modestia che qui non è pervenuta. Falcone e Borsellino non si sono mai paragonati a nessuno mentre erano in vita, pur sapendo — meglio di chiunque altro — di essere già condannati. Il paragone, se ha un senso, lo costruiscono gli altri, dopo, a distanza. Non se lo intesta da solo chi lo pronuncia mentre è ancora vivo, in un post scritto apposta per essere condiviso.

E cade nel momento peggiore possibile. Nella stessa settimana in cui un’ordinanza della gip rivela che Ranucci avrebbe dato il proprio “apporto” a un sondaggio per lanciare la propria candidatura politica, smentendo la versione che aveva fornito pubblicamente appena un mese prima, il conduttore sceglie di rispondere non alle domande su quella contraddizione, ma issando la bandiera del martirio nazionale. È un classico meccanismo retorico, tanto vecchio quanto efficace: quando le domande scomode si fanno pressanti, ci si veste dei panni della vittima storica, e la statura morale presa in prestito da chi non può più smentire nessuno fa da scudo a chi, invece, dovrebbe ancora rispondere di qualcosa.

Falcone diceva che “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. Non diceva mai, però, di essere lui il prossimo della lista. Lo hanno detto gli altri, dopo. La differenza, piccola sulla carta e enorme nella sostanza, è tutta lì.

Sul contributo di Ranucci al sondaggio citato qui: Ranucci sapeva fiutare tutto, tranne l’amico sotto casa.

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