Il movente più improbabile d’Italia: la bomba che doveva fabbricare un premier

Valter Lavitola è finito in carcere il 10 agosto, con un’ordinanza di 198 pagine firmata dal gip di Roma Iole Moricca su richiesta della Procura guidata da Francesco Lo Voi. L’accusa è pesantissima: essere il mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 davanti alla villa di Sigfrido Ranucci a Pomezia, con l’aggravante del metodo mafioso. In carcere anche il factotum camerunense Gomes Clesio Tavares, latitante in Africa, che secondo i pm avrebbe reclutato la manovalanza campana e coordinato due sopralluoghi, l’ultimo il 10 ottobre.

Fin qui, cronaca giudiziaria ordinaria. È il movente a lasciare interdetti. Secondo l’ordinanza, l’attentato sarebbe stato commissionato “esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i progetti in ambito politico” dell’arrestato. In sostanza: si fa esplodere una bomba sotto casa di un uomo per costruirgli l’aura del perseguitato, spingerlo verso una candidatura e ritagliarsi accanto a lui il ruolo di regista. Nelle chat citate dal giudice, Lavitola scriveva al conduttore frasi come “e tra 2 anni fai il Presidente” e “milioni di italiani ti vogliono alla guida del Paese”.

Va detto che il gip una risposta all’obiezione più ovvia la fornisce, e non è banale: nessuno fa nulla per nulla, e infatti secondo l’accusa Lavitola non agiva per altruismo. Agiva per sé. È il mestiere che ha svolto per tutta la vita — stare accanto a chi conta, procurarsi un ruolo nell’ombra di qualcun altro. In quest’ottica il tornaconto esiste ed è perfettamente egoistico.

Resta il fatto che ci troviamo davanti a una ricostruzione vertiginosa. Un uomo del sottobosco politico che tenta di fabbricare un capo di governo a colpi di esplosivo. Un attentato in cui nessuno è rimasto ferito e che, secondo l’accusa, doveva restare dimostrativo. E lo stesso Lavitola che, dopo il botto, avrebbe continuato a frequentare la vittima alimentando piste alternative — arrivando a evocare il coinvolgimento dei servizi segreti israeliani — per allontanare i sospetti da sé e dal proprio intermediario.

Chi tradisce sostenendo di aver obbedito a un disegno più grande, del resto, ha alle spalle una tradizione bimillenaria. La lettura canonica del tradimento di Giuda è quella dell’atto strumentale compiuto per trenta denari; ma esiste una tradizione minoritaria e antichissima — riemersa nel 2006 con la pubblicazione del cosiddetto Vangelo di Giuda, testo gnostico del II secolo — secondo cui la consegna del Maestro sarebbe stata richiesta, funzionale al disegno, e Giuda l’unico discepolo abbastanza consapevole da poterla eseguire. Il tradimento come servizio reso. Il sacrificio come promozione.

È esattamente la struttura logica che l’ordinanza attribuisce all’arrestato: colpire qualcuno per il suo bene, danneggiarlo per elevarlo. E l’ironia si chiude da sé, perché è lo stesso Lavitola — annota il giudice — ad aver sostenuto più volte che se il mandante era lui, allora doveva essere d’accordo anche Ranucci. Il gip registra l’affermazione e la respinge: allo stato non è emerso alcun elemento in tal senso. L’imputato propone la lettura gnostica del proprio gesto; il magistrato non la accoglie. Duemila anni di precedenti, e nessuno che abbia mai convinto un tribunale.

Qui però serve la precisazione che i titoli di oggi non fanno: quella è un’ordinanza cautelare, non una sentenza. È la tesi dell’accusa, validata da un giudice in fase preliminare, su elementi che la difesa non ha ancora potuto contestare in dibattimento. C’è il riesame, c’è il processo, e c’è la storia giudiziaria italiana a suggerire prudenza.

Di ricostruzioni spettacolari poi sgonfiate, infatti, abbiamo un catalogo. Il caso più celebre di narrazione ritenuta inverosimile resta la casa con vista Colosseo pagata “a mia insaputa” da Claudio Scajola. Quella formula divenne il simbolo nazionale dell’implausibile: i pm scrissero che la versione accolta in primo grado configurava un uomo di “eccezionale ingenuità e straordinaria mancanza di accortezza”, incompatibile con un ministro in carica. Costò le dimissioni nel maggio 2010. Eppure il processo d’appello, nell’ottobre 2014, si chiuse con la prescrizione — non con una condanna, e neppure con un’assoluzione piena. Stessa parabola nel procedimento sulla latitanza di Amedeo Matacena: trentaquattro giorni di carcere nel 2014, due anni in primo grado nel 2020 con l’aggravante mafiosa esclusa, prescrizione in appello nel luglio 2024. Nel novembre successivo un’altra assoluzione, sulla ristrutturazione di Villa Ninina: la dodicesima, secondo il conteggio del suo legale.

La lezione non è che gli imputati abbiano sempre ragione. È che tra la versione del primo giorno e quella dell’ultimo grado, in Italia, passa spesso una distanza che nessun titolo di giornale racconta. E quando il movente contestato appartiene al genere del romanzesco — la bomba per fabbricare un premier, la casa acquistata senza accorgersene — la prudenza non è complottismo: è memoria.

Se l’impianto reggerà fino in fondo, avremo scritto una delle pagine più grottesche della storia repubblicana. Se invece si sgonfierà, resterà da spiegare come si arrivi a costruire centonovantotto pagine su una tesi del genere. In entrambi i casi ne riparleremo tra qualche anno, quando i riflettori si saranno spenti — come sempre accade.

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