Il 16 ottobre scorso qualcuno ha fatto saltare in aria il cancello di casa di Sigfrido Ranucci con del tritolo. Mesi dopo, il gip di Roma Iole Moricca ha ricostruito il movente in un’ordinanza che ribalta ogni aspettativa: dietro l’esplosivo non ci sarebbe la criminalità organizzata, ma un amico. Secondo il provvedimento con cui ha disposto il carcere per Valter Lavitola, l’attentato non sarebbe stato un avvertimento mafioso né una minaccia politica in senso classico. Sarebbe stato, semplicemente, un regalo. Un regalo pensato da un amico per un amico, con la sola colpa di essere confezionato con del tritolo anziché della carta da pacchi.
Il ragionamento del gip, va detto, fila con una logica ferrea quanto vertiginosa: Ranucci rischiava di perdere la conduzione di Report sotto il peso delle contestazioni; trasformarlo in bersaglio della mafia lo avrebbe reso intoccabile, un martire mediatico impossibile da rimuovere; l’indignazione pubblica ne avrebbe moltiplicato la popolarità; la popolarità avrebbe spianato la strada a una “discesa in campo” politica; e in quella discesa in campo, scrive la gip, Lavitola si sarebbe garantito “un ruolo di primo piano”. Un funnel di marketing perfetto, se solo il primo passaggio non fosse stato far saltare un cancello con dell’esplosivo.
È la versione contemporanea, e involontariamente laica, del Vangelo gnostico di Giuda: il traditore come esecutore di un disegno superiore, l’amico che si sacrifica nel ruolo del cattivo perché qualcun altro possa risorgere più forte di prima. Solo che qui non c’è una croce, c’è un box auto a Pomezia, e la resurrezione consisterebbe in un seggio.
Ranucci, sottolinea la gip senza margini di ambiguità, non ne sapeva nulla: “Allo stato non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola.” Il che rende l’intera operazione ancora più vertiginosa — non un patto tra complici, ma un dono a sorpresa, calato dall’alto da chi si era autonominato agente del destino altrui. Una specie di “a mia insaputa” alla rovescia: non io non sapevo, ma tu non sapevi, e va bene così, perché io sapevo per entrambi.
Lavitola, del resto, non è un dilettante del genere. La gip lo ricorda con dovizia di curriculum: la compravendita dei senatori per far cadere il governo Prodi, la vicenda della casa di Montecarlo per neutralizzare Gianfranco Fini. Un profilo che rende la vicenda meno un’anomalia e più una prosecuzione naturale di carriera — cambia il metodo, resta lo spirito: architettare eventi che altri vivranno come destino e che lui, dietro le quinte, avrà semplicemente organizzato per il loro bene.
Morale della storia, per chiunque abbia un amico particolarmente premuroso: se qualcuno inizia a scriverti che ogni attacco che subisci “serve a farti crescere ulteriormente”, forse è il momento di controllare chi ha le chiavi del garage.
Per il contesto completo sull’ordinanza e le accuse a Lavitola: Il movente più improbabile d’Italia.
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