Il governo di Pedro Sánchez è ormai ampiamente oltre il ridicolo. Dopo aver intimato all’Italia di rimuovere i controlli di frontiera entro domenica 9 agosto, minacciando generiche “misure proporzionate”, Madrid non ha atteso nemmeno la scadenza del proprio ultimatum: ha annunciato che dalla mezzanotte di sabato 8 agosto ripristinerà i controlli su porti e aeroporti per i viaggiatori provenienti dall’Italia — verifiche a campione su identità, passaporto e nazionalità, in vigore fino al 7 settembre.
Vale la pena mettere in fila i due provvedimenti, perché la differenza dice tutto. I controlli italiani, in vigore dal 1° agosto e notificati a Bruxelles il 3, sono espressamente mirati ai soli cittadini di Paesi terzi in arrivo dalla Spagna: si verifica che abbiano i documenti idonei a circolare in area Schengen. Il Viminale ha chiarito fin dal primo giorno, come riportato da ANSA e Sky TG24, che per spagnoli ed europei non cambia nulla, né in entrata né in uscita. Nessun cittadino spagnolo è stato fermato, schedato o rallentato per il fatto di essere spagnolo.
La risposta di Madrid, riportata da El País e rilanciata dalle agenzie, prevede al contrario la verifica di identità e nazionalità di chiunque arrivi dall’Italia. Se davvero, come sostiene il ministro degli Esteri José Manuel Albares, la misura italiana era “diretta contro gli spagnoli”, allora quella spagnola è diretta contro gli italiani — con l’aggravante che stavolta il criterio nazionale c’è per davvero, scritto nero su bianco nel provvedimento.
C’è poi la questione dell’origine di tutta la vicenda, che a Madrid preferiscono non ricordare. La crisi nasce a Ceuta, dove tra il 30 e il 31 luglio sono entrate via mare e via terra oltre 72.000 persone, secondo il bilancio del ministero dell’Interno spagnolo. Il conto delle vittime, aggiornato dall’ANSA al 6 agosto, è salito a 82 morti annegati nel tentativo di raggiungere l’exclave a nuoto: l’Istituto di medicina legale di Ceuta ha già eseguito 79 autopsie, riuscendo a identificare appena due persone. Un’emergenza prodotta da una gestione dei rapporti con Rabat che è stata, per usare un eufemismo, improvvisata — e che il governo spagnolo si è affrettato a dichiarare risolta annunciando circa 70.000 rientri in territorio marocchino. Risolta a tal punto che i servizi spagnoli, come ricordato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, hanno segnalato un nuovo allarme fondato per il 15 agosto. È il classico schema: prima si crea il problema, poi lo si dichiara chiuso, infine si accusa di scortesia chi si permette di prendere precauzioni.
Sul piano giuridico, va detto con onestà: la Spagna non sta violando nulla. Sta usando esattamente lo stesso strumento dell’Italia, il ripristino temporaneo dei controlli interni previsto dal Codice frontiere Schengen. Ed è proprio questo il punto. Se lo strumento è legittimo quando lo usa Madrid, lo era anche quando lo ha usato Roma — e allora l’ultimatum, la nota indignata, l’accusa di “attacco all’Europa” perdono ogni fondamento. Se invece è illegittimo, Madrid si è appena messa nella stessa posizione che denunciava ventiquattr’ore prima. Non esiste una terza possibilità, e questo è il vero cortocircuito del ragionamento spagnolo: la ritorsione ha smontato l’argomento su cui si reggeva la protesta.
Resta la Commissione europea, che ha il potere di valutare necessità e proporzionalità dei controlli interni reintrodotti dagli Stati membri e che ha già accordato la riunione urgente chiesta da ventidue Paesi dell’Unione. Sarebbe il momento buono perché Ursula von der Leyen dicesse una parola chiara: o entrambe le misure sono legittime, o non lo è nessuna. Il silenzio di Bruxelles, in questa fase, aiuta soltanto chi ha alzato la voce per primo senza sapere come finire la frase.
Un capitolo a parte merita l’effetto interno, ed è forse il paradosso più gustoso della vicenda. La scienza politica lo studia da decenni con il nome di rally ‘round the flag: quando un Paese si trova sotto pressione dall’esterno, il consenso converge sul governo in carica, quale che sia il suo colore. È accaduto con i dazi annunciati da Washington, accade oggi con l’ultimatum spagnolo. Con questa gestione, insomma, Sánchez sta consegnando a Giorgia Meloni il regalo politico che nessuno spin doctor avrebbe saputo confezionare: un avversario esterno che alza la voce, sbaglia il bersaglio e finisce per annunciare controlli sui viaggiatori italiani. Su un terreno del genere una premier non deve convincere nessuno. Ci pensa la controparte.
E ci pensa anche l’opposizione italiana che, invece di sostenere una misura adottata a tutela delle frontiere nazionali, si è affrettata a criticarla, finendo di fatto ad allinearsi alle posizioni della Moncloa proprio mentre la Moncloa annunciava controlli sui cittadini italiani. Difendere un governo amico non è un reato, ci mancherebbe. Ma quando l’alleato inciampa in una contraddizione di questa evidenza, le opzioni sono due: tacere, oppure prendere le distanze. Rincorrerlo è la terza, ed è quella che più difficilmente si spiega agli elettori italiani.
Alla fine il bilancio è impietoso. L’Italia ha adottato una misura tecnica, selettiva, notificata e circoscritta. La Spagna ha risposto con un ultimatum lanciato in videoconferenza dalle vacanze alle Canarie, poi con una contromisura più larga della misura che contestava, motivata da una pressione migratoria che riguarderebbe l’Italia. Chi ne esce meglio, in questa storia, non è chi ha gridato più forte.