Novemila euro al mese a bambino, nove ispezioni all’anno: e Madrid detta lezioni sui confini

Mentre Madrid impartisce lezioni di solidarietà europea all’Italia, varrebbe la pena guardare cosa succede dentro il sistema spagnolo di accoglienza dei minori stranieri non accompagnati — i menas, secondo l’acronimo entrato nell’uso comune. Perché lì i numeri raccontano una storia che con la solidarietà ha poco a che vedere.

E c’è un dettaglio che rende il tema tutt’altro che astratto in questi giorni. Dell’ondata di fine luglio a Ceuta gli adulti sono stati rimandati in Marocco a ritmo serrato: secondo il ministero dell’Interno spagnolo, a fronte di oltre 72.000 ingressi si contano almeno 70.000 rientri. Vale la pena notare, di passaggio, che le forze di sicurezza citate dall’agenzia Efe parlavano invece di 73.500 uscite: cifre che, messe una accanto all’altra, farebbero uscire da Ceuta più persone di quante ne siano entrate. Sulla contabilità di questa crisi, insomma, nemmeno chi la gestisce sembra avere le idee chiare.

Gli unici rimasti, guarda caso, sono i minori. La città autonoma ne tutela già 862, e il governo locale guidato da Juan Jesús Vivas prevede di arrivare tra i 1.000 e i 1.100, come riportato da El Debate. Il motivo è giuridico: una volta presi in tutela, i minori non possono essere rimpatriati automaticamente, e due sentenze del Tribunal Supremo — l’ultima del 30 luglio, cioè il giorno stesso dell’assalto — hanno confermato che un minore con passaporto valido non può nemmeno essere sottoposto a esami medici per accertarne l’età. La capacità ordinaria del sistema di tutela di Ceuta, nel frattempo, è di 29 posti. Ventinove. Da qui la corsa ad allestire capannoni, a chiedere fondi a Madrid e ad attivare il meccanismo straordinario di trasferimento verso la Penisola. Un esperto tedesco di diritto migratorio, citato dalla CNN, ha riassunto la questione senza giri di parole: molti di questi “minori” hanno sedici o diciassette anni, e la qualifica di non accompagnato apre una procedura che dura mesi, spesso anni.

Partiamo dal listino. Secondo la ricognizione pubblicata da Periodista Digital nell’aprile scorso, il costo medio di un minore non accompagnato in Spagna si aggira sui 4.400 euro al mese, ma la forbice tra territori è spettacolare. A Ibiza si arriva a 9.600 euro mensili per minore, più del doppio della media nazionale. In Andalusia i centri pubblici toccano i 9.813 euro. A Madrid si sale fino a 5.762 euro nelle strutture con supporto psicologico, e il nuovo accordo per il triennio 2026-2028 fissa una tariffa di 186 euro al giorno IVA esclusa per posto, per minori tra i 12 e i 17 anni. In Castiglia e León, dove i conti sono più sobri, il Diario de Castilla y León ha ricostruito che un posto in casa-famiglia costa 85 euro al giorno, cioè 2.585 euro al mese: per 487 minori, tra gli 11,5 e i 15,1 milioni annui a carico delle sole casse regionali.

Chi paga? Qui arriva il capolavoro politico. Il governo centrale versava 145 euro al giorno per minore, coprendo di fatto l’intero costo. Poi, come documentato da El Diario de Madrid nel settembre 2025, il ministero della Gioventù e dell’Infanzia ha tagliato la quota statale a 35,75 euro al giorno: una sforbiciata vicina all’80%. Le comunità autonome — di ogni colore politico — hanno protestato che con quella cifra riescono a coprire sì e no tre mesi di gestione. Contemporaneamente, riporta The Objective, Madrid ha imposto la redistribuzione di 3.900 minori (3.500 dalle Canarie e 400 da Ceuta) verso undici regioni, stanziando appena 100 milioni a fronte di un fabbisogno stimato in oltre 200 milioni annui. Tradotto: il governo decide, le regioni pagano.

Ma la parte interessante è dove finiscono quei soldi. L’inchiesta di eldiario.es / Canarias Ahora dell’agosto 2024 ha ricostruito che nelle Canarie, tra il 2020 e il 2021, l’esecutivo regionale ha speso 43,82 milioni di euro per mantenere 45 strutture. Quella cifra è stata ripartita tra sei associazioni, e due sole — Quorum Social 77 e Coliseo — si sono aggiudicate il 58,51% del totale. Il meccanismo che lo ha reso possibile si chiama contratto d’emergenza: una procedura eccezionale che consente di affidare incarichi senza gara, in pratica con una telefonata. Le Canarie la usano ininterrottamente dal 2019, rinnovando la dichiarazione di emergenza anno dopo anno. Con quali controlli? Nel 2021, anno in cui arrivarono 2.600 minori, l’amministrazione effettuò nove ispezioni in tutto: il dato risulta da una risoluzione ottenuta dallo stesso quotidiano tramite il portale della trasparenza.

Poi c’è il caso che ha varcato i confini nazionali. La Fundación Respuesta Social Siglo XXI gestiva cinque centri tra Gran Canaria e Lanzarote — Portobello, Guiniguada, Alcorán, Yaiza e La Santa — incassando 95 euro al giorno per ogni minore accolto: circa 12,5 milioni di euro in quattro anni nella sola Gran Canaria, e 12 milioni di denaro pubblico tra il 2021 e il 2023. Nel 2022 il SEPBLAC, l’unità antiriciclaggio della Banca di Spagna, trasmise un rapporto che segnalava “una moltitudine di operazioni bancarie ingiustificate e anomale” riconducibili ai responsabili di quei centri: da lì nacque l’indagine economico-patrimoniale affidata all’UDEF della Policía Nacional.

Cosa risulta da quelle contabilità, secondo la querella della Procura anticorruzione e la successiva comunicazione della Policía Nacional? Che parte del denaro destinato al mantenimento dei minori sarebbe finita in trattamenti di bellezza, alberghi di lusso, ristoranti, viagra e cerotti antifumo. E che quando gli istituti di credito cominciarono a sollevare obiezioni sui movimenti, gli indagati avrebbero iniziato a giustificare determinate uscite con fatture del tutto estranee all’attività dei centri e ai ragazzi che avrebbero dovuto ospitare.

Nel febbraio 2025 il fascicolo è passato alla Procura europea, competente perché circa due milioni provenivano dai fondi Next Generation dell’Unione. Nell’ottobre successivo sono stati indagati quattro direttori di centro, un imprenditore immobiliare e la fondazione stessa, per una presunta distrazione di 2,4 milioni di euro di fondi europei. Vale la pena ricordare che si tratta di indagati e non di condannati: la fondazione respinge ogni addebito, si dichiara “parte attiva e collaborativa” nell’inchiesta e ha consegnato 24.709 pagine di fatture digitalizzate. Ma un dettaglio del fascicolo merita attenzione: gli inquirenti hanno rilevato che il disordine contabile nei centri rende “impossibile quantificare nel dettaglio” la presunta malversazione. La ricostruzione della vicenda è di eldiario.es, Público e Atlántico Hoy.

E il governo canario, di fronte a tutto questo, ha continuato ad affidare centri alla stessa fondazione. La consigliera per il Benessere sociale Candelaria Delgado lo ha confermato pubblicamente in dichiarazioni riprese da eldiario.es: nessuna misura cautelare lo impedisce, dunque i servizi si pagano.

Nel frattempo, nelle stesse strutture, si accumulavano denunce per sovraffollamento e maltrattamenti — e nelle Canarie è stata smantellata una rete di tratta dopo la sparizione di quattordici minori dai centri. Perché è questo il punto che nessuno vuole mettere in fila: un sistema che muove centinaia di milioni con affidamenti diretti e nove ispezioni l’anno non è un sistema che protegge i bambini. È un sistema che protegge chi li ospita.

Ed è esattamente il sistema in cui stanno per entrare i mille minori rimasti a Ceuta, con i relativi capitolati d’appalto. Prima di dettare ultimatum ai partner europei sulla gestione dei confini, forse alla Moncloa converrebbe spiegare come sono stati spesi i soldi dei propri contribuenti e di quelli europei. Perché su questo, per ora, la voce indignata non si è sentita.

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