Quarantotto ore, poi cosa? L’ultimatum che ci fa ridere (ma tanto)

Ci sono ultimatum che hanno fatto la storia e ultimatum che fanno ridere. Quello recapitato all’Italia dal governo di Pedro Sánchez appartiene decisamente alla seconda categoria, e non solo per il contenuto: per la messinscena.

I fatti. Dopo l’ingresso irregolare di circa 7.000 migranti a Ceuta, l’Italia ha reintrodotto dal 1° al 31 agosto i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna — misura espressamente prevista dal Codice frontiere Schengen quando esiste una minaccia grave per l’ordine pubblico, decisa dal Comitato Analisi sull’Immigrazione e Sicurezza delle Frontiere presieduto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Madrid ha reagito con una nota durissima, riportata da El País: Roma rimuova i controlli entro domenica 9 agosto, altrimenti scatteranno “misure proporzionate” a tutela dei cittadini spagnoli.

La prima cosa che colpisce è la regia. La riunione di coordinamento sulla crisi di Ceuta, quella da cui è uscito l’ultimatum, il premier socialista l’ha presieduta in videoconferenza dalla residenza estiva de La Mareta, alle Canarie. Gli ultimatum, storicamente, si urlavano almeno dal balcone. Qui siamo alla fermezza in collegamento remoto, con l’oceano Atlantico sullo sfondo e il fuso orario delle Canarie a scandire i tempi della crisi europea.

La seconda cosa che colpisce è il merito. Perché nella stessa nota in cui minaccia ritorsioni, il governo spagnolo tiene a precisare che Ceuta non fa parte dello spazio Schengen — che è esattamente il motivo per cui Madrid sostiene che l’Italia non avrebbe ragione di preoccuparsi. Solo che, se l’enclave è fuori da Schengen, non si capisce di cosa esattamente ci si offenda: nessuno sta chiudendo un confine interno che, per stessa ammissione spagnola, lì non esiste. E soprattutto: è la stessa intelligence spagnola, come ha ricordato Piantedosi intervenendo agli incontri “Bar Italia” di Sorrento, ad aver dichiarato fondato un nuovo allarme per il 15 agosto su Ceuta. Madrid chiede all’Italia di abbassare la guardia sei giorni prima della data che i suoi stessi servizi indicano come critica.

La terza cosa che colpisce è la retorica. La nota della Moncloa lamenta che i governi dovrebbero promuovere “la comprensione tra i Paesi e l’interesse generale delle popolazioni, non creare divisioni e conflitti sterili alimentati da motivazioni elettorali interne”. Frase pronunciata mentre si fissa una scadenza di quarantotto ore a un partner europeo e si minacciano ritorsioni. La comprensione tra i popoli, insomma, ma col cronometro in mano.

Palazzo Chigi ha risposto in poche ore e senza giri di parole: “L’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero” quando in gioco ci sono sicurezza nazionale e controllo delle frontiere. Piantedosi ha aggiunto che la sospensione è temporanea, consentita dai trattati, applicata “con modalità selettive” e senza aggravio per i viaggiatori, e che se ne riparlerà dopo il 15 agosto. Ha anche notato, con una certa cattiveria, la “reazione scomposta” dell’opposizione italiana: forse, ha detto, perché non si può toccare un Paese a guida socialista.

Resta la domanda a cui da Madrid nessuno ha ancora risposto: scadute le quarantotto ore, poi cosa? Controlli spagnoli sui voli dall’Italia, in piena stagione turistica, contro il Paese da cui arriva una fetta consistente dei visitatori estivi? Un ricorso a Bruxelles contro una misura che i trattati consentono espressamente? La cosa più probabile è che l’ultimatum scada domenica sera come scadono tutte le scadenze estive: senza che accada nulla, con un comunicato che parla di “monitoraggio della situazione” e la ferma volontà di tornare sul tema a settembre.

Perché fare il duro funziona solo se poi qualcosa succede davvero. Altrimenti resta quello che è: un uomo in vacanza alle Canarie che detta i tempi a un Paese di sessanta milioni di abitanti, sperando che nessuno gli chieda di dimostrare che il cronometro era carico.

di MR Lutzen

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