Addio Guccini: non c’è armocromia che tenga, muore l’ultima sinistra vera

Se n’è andato questa mattina a Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano dove aveva scelto di vivere dai primi anni Duemila, Francesco Guccini. Aveva 86 anni. La famiglia ha fatto sapere che le esequie si svolgeranno in forma strettamente privata, come da sua volontà; una cerimonia pubblica per salutarlo è annunciata per settembre.

Non serve ricordare qui, a chi ha un’età per saperlo già a memoria, cosa siano state «La locomotiva», «Auschwitz», «L’avvelenata», «Via Paolo Fabbri 43». Vale la pena ricordare invece «Dio è morto», brano che la Rai censurò e che, con un’ironia della sorte di cui lui stesso amava ridere, finì comunque in onda su Radio Vaticano. Nato a Modena nel 1940, trasferitosi a Bologna nel 1961, Guccini ha fatto il maestro, il cronista di provincia, il pubblicitario, prima di finire quasi per caso a scrivere canzoni per Caterina Caselli, per l’Equipe 84, per i Nomadi. Negli ultimi vent’anni si era dedicato soprattutto alla letteratura: ventisei libri pubblicati tra il 1989 e il 2020, molti dei quali gialli scritti a quattro mani con lo scrittore bolognese con cui condivideva l’amicizia da una vita.

Il punto, però, è un altro. Guccini diventò negli anni Settanta — con suo fastidio dichiarato, non per calcolo — un riferimento per la sinistra studentesca e di movimento. Ma la sua sinistra non era quella dei congressi, delle mozioni, delle correnti. Era quella delle osterie, degli anarchici, degli operai raccontati nelle canzoni senza retorica sindacale, della memoria della Resistenza tramandata come fatto umano prima che come bandiera. Lui stesso, più volte, aveva preferito definirsi un anarchico di matrice liberale piuttosto che un uomo di partito. Nel 2004 l’allora presidente della Repubblica Ciampi lo aveva nominato Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana: un riconoscimento istituzionale a un uomo che delle istituzioni, in fondo, aveva sempre diffidato.

Nelle sue ultime interviste era rimasto fedele a se stesso, senza sconti nemmeno alla propria parte politica. “Chi dice che destra e sinistra sono uguali di solito è di destra”, aveva detto con la schiettezza di chi non deve più nulla a nessuno. Una frase che oggi suona quasi come un testamento, perché la distinzione che difendeva — netta, sostanziale, non estetica — è proprio quella che la sinistra contemporanea sembra aver smarrito per prima, sostituendola con l’appartenenza di ceto, il linguaggio da ufficio comunicazione, la distanza siderale da qualunque osteria e da qualunque fabbrica.

Della armocromia, del benessere olistico e di tutto l’armamentario new age con cui certa sinistra contemporanea ha sostituito la lotta di classe, l’uomo che cantava gli anarchici e le osterie si sarebbe probabilmente sciacquato i maroni. Non era il suo genere di rivoluzione.

Tanto di cappello, dunque, non solo al cantautore e allo scrittore, ma a un pezzo di storia culturale italiana che con lui si chiude davvero. Quella sinistra lì — artistica, popolare, operaia, capace di cantare Auschwitz e di ridere delle proprie contraddizioni nello stesso verso — non ha eredi in vista. Resta la sua voce, roca e appenninica, a ricordare a chi oggi occupa quel campo politico quanto ne sia rimasto poco, di autentico.

di MR Lutzen

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