La Stampa la chiama “sfida”, il dilemma di via Roma col caldo record. Chiamarlo dilemma è già una cortesia verso chi ha speso oltre 12 milioni di euro di fondi europei del PNRR per trasformare uno degli assi commerciali più prestigiosi d’Italia in una distesa di lastre — sienite della Balma e diorite grigia, posate a raso con i marciapiedi — senza prevedere, evidentemente, che a Torino d’estate faccia caldo. Sulle nuove panchine, a fine maggio, i termometri hanno superato i 40 gradi. Le poche piante inserite dopo le proteste per l’assenza totale di verde risultavano già secche a poco più di un mese dall’inaugurazione. Prima si erano rotte le lastre. Ora tocca agli arbusti.
Non è un incidente di percorso, è il metodo. Le amministrazioni italiane vendono la chiusura dei centri storici come un atto di civiltà: meno auto, più vivibilità, aria pulita. Poi, quando arriva il conto, si scopre che la civiltà è fatta soprattutto di pietra, cemento e telecamere. Le zone a traffico limitato si moltiplicano e con loro i varchi elettronici — a Torino se ne contano decine, oltre quaranta secondo i dati più recenti discussi in consiglio comunale — mentre il verde vero, quello che dà ombra e abbassa la temperatura percepita, resta il capitolo che salta per primo quando il cronoprogramma slitta.
E il bilancio, a Torino, non manca di alimentarsi. Nel solo 2025 il Comune ha incassato oltre 36 milioni di euro da sanzioni al codice della strada, su 827.202 multe elevate in un anno; 85.122 di queste riguardavano proprio l’accesso alla ZTL. Negli anni in cui i dati venivano scorporati con più dettaglio, le sole multe per la zona a traffico limitato avevano fruttato cifre analoghe: quasi 9 milioni di euro nel 2023, 8,6 milioni nel 2022. A questo si sommano i permessi che i residenti pagano per muoversi nel proprio quartiere — trenta euro più bolli, rinnovo dopo rinnovo — mentre chi arriva da fuori, magari ignaro di trovarsi in una delle tante aree controllate, finisce dritto nella colonna delle entrate.
Dove finiscano esattamente questi soldi, il cittadino può solo intuirlo dai documenti di bilancio, non certo osservando il marciapiede di via Roma. Se il criterio fosse la coerenza, ci si aspetterebbe che gli incassi da ZTL e multe tornassero, almeno in parte, sotto forma di manutenzione del verde, irrigazione, alberi adulti al posto di arbusti destinati a seccare in poche settimane. La sequenza osservata è invece quella opposta: si chiude, si pavimenta, si multa, e solo dopo — con calma, e con qualche piantina simbolica — ci si accorge che una città di pietra sotto il sole di fine maggio supera i 40 gradi anche sulle panchine.
Resta, sullo sfondo, la domanda più scomoda, quella che nessun comunicato stampa municipale affronta mai: chi continua a muoversi senza ostacoli in questi centri blindati per il cittadino comune? Le autorizzazioni “esenti a priori” esistono, e la modulistica comunale le riserva a mezzi di soccorso, trasporto pubblico, strutture sanitarie. Le auto di servizio della pubblica amministrazione — le cosiddette auto blu — rientrano tra queste corsie preferenziali? È una domanda legittima, a cui però — va detto per onestà — non corrisponde una risposta documentata e verificabile: nessun bilancio pubblico elenca chi, tra gli “esenti a priori”, varchi i cancelli elettronici a bordo di un’utilitaria istituzionale piuttosto che di un’ambulanza. Resta il sospetto, diffuso e mai davvero fugato, che mentre il cittadino paga il pedaggio per entrare nel salotto buono della città, qualcun altro lo attraversi senza nemmeno accorgersi che è chiuso a chiave.