L’urbanistica del caldo: come i sindaci ci arrostiscono a spese nostre

Ogni estate si rinnova il rituale delle ordinanze anti-caldo e degli appelli a restare in casa nelle ore centrali. Ma nessuno si chiede perché le città italiane, Torino compresa, continuino a costruire esattamente le superfici che il caldo lo trattengono e lo restituiscono di notte.

Il meccanismo è documentato: asfalto e cemento assorbono la radiazione solare di giorno e la rilasciano lentamente nelle ore notturne, quando dovrebbe arrivare il sollievo. Le temperature urbane possono superare quelle delle campagne circostanti anche di 5°C, con punte notturne ancora più marcate nei quartieri dove i palazzi formano canyon stretti che intrappolano l’aria e bloccano l’irraggiamento verso il cielo. È l’isola di calore urbano: più superficie impermeabile, meno verde, più calura trattenuta.

E allora perché, negli ultimi anni, a Torino si è scelto di pavimentare chilometri di nuove piste ciclabili invece di investire nel verde che quel calore lo assorbe davvero? Solo il tratto Lungo Dora, tra corso Principe Oddone e il Parco Colletta, è costato oltre due milioni di euro; quello di corso Verona 810.970 euro; il pacchetto PNRR per collegare atenei e stazioni ferroviarie altri 4 milioni per 15 km. Il progetto più ampio, quello per collegare Moncalieri a San Mauro Torinese, vale 40 milioni di euro — e a distanza di anni dalla conclusione formale dei lavori, un monitoraggio civico condotto dagli studenti dell’Istituto Avogadro segnalava la spesa effettivamente rendicontata ferma al 13% dei fondi stanziati.

Chi le percorre, quelle piste? Il Comune fa sapere che nel 2025 sono stati registrati 8,9 milioni di passaggi in bicicletta, con una media superiore ai 24 mila transiti giornalieri su tutta la rete cittadina, grazie a sensori passati da undici a trentatré. Un numero che suona importante finché non lo si divide per i chilometri di pista e per i mesi in cui a Torino piove, nevica o fa troppo freddo per pedalare.

Sul fronte marciapiedi il copione si ripete con la scusa dell’abbattimento delle barriere architettoniche: corso Moncalieri, tra ponte Isabella e via Febo, è solo l’ultimo cantiere di allargamento, avviato lo scorso 10 luglio. Ma un conto è mettere a norma gli scivoli per le carrozzine, un altro è raddoppiare la larghezza dei marciapiedi in tratti dove — corso Grosseto è l’esempio più citato — la sera e d’inverno non passa quasi nessuno. A che serve tanto spazio, se non a diventare terreno di bivacco?

E qui il paradosso si chiude: quei marciapiedi, una volta costruiti, non è nemmeno il Comune a doverli pulire. Il Piano Neve torinese stabilisce che lo sgombero della neve dai marciapiedi spetti a proprietari, amministratori e conduttori degli stabili antistanti; il Comune, tramite Amiat, interviene solo su rete viaria, aree mercatali, marciapiedi delle scuole comunali e parcheggi disabili. Tradotto: la Città allarga il marciapiede, il condominio deve spalarlo, e quando non lo fa resta lastricato di ghiaccio per settimane.

Si cementifica in nome della sostenibilità e dell’accessibilità, si moltiplicano superfici che d’estate trattengono il calore e d’inverno restano pericolose perché nessuno le manutiene — mentre la vera contromisura al caldo urbano, piantumazione diffusa e pavimentazioni permeabili, resta la voce di bilancio più facile da rimandare.

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