Una piscina pubblica romana concede turni riservati alle donne disposte a indossare il burkini, frutto di un’intesa con la comunità islamica locale, e la sinistra italiana scopre improvvisamente che esiste un problema. Non lo scopre da sola: glielo indica una sua ex parlamentare del Pd, femminista di lungo corso, che rompe gli indugi e dice ad alta voce quello che fino a ieri sarebbe stato tabù pronunciare da quelle parti — se una cultura ritiene che le donne debbano stare separate dagli uomini per fare il bagno, è perché quella cultura le considera esseri inferiori, punto.
La domanda, posta così, sembrerebbe retorica: la sinistra pensa davvero che le donne siano esseri inferiori? Ovviamente no, o almeno non lo dichiara. Ma tra il non pensarlo e il difendere — con toni di “delicatezza” e “rispetto”, parola di un dirigente del partito — un accordo che destina alle donne orari separati per soddisfare precetti religiosi che le vogliono nascoste e divise dagli uomini, la distanza si è fatta sottile. Il cortocircuito era servito, e da destra ci si è marciati subito: si è parlato di una violazione della laicità dello Stato e di un’intesa che finisce, nei fatti, per avallare una segregazione.
Ma il punto interessante non è la scoperta tardiva di un problema che esisteva da anni, né la conversione last minute all’universalismo dei diritti delle donne. Il punto è perché l’ex parlamentare abbia scelto di rompere il silenzio proprio ora, con quelle parole precise. Ed è lei stessa, nella stessa intervista in cui denuncia la cultura che “considera le donne esseri inferiori”, a rivelare la preoccupazione vera: non la dignità delle donne costrette a nuotare separate dagli uomini, ma il rischio che il tema venga intercettato dalla destra e usato per drenare voti verso il generale passato all’Europarlamento, diventato il volto della battaglia sovranista contro l’islam “in casa nostra”.
È un calcolo elettorale travestito da battaglia di principio, e come tutti i calcoli funziona meglio se nessuno lo chiama con il suo nome. Accorgersi delle donne quando il proprio elettorato rischia di scappare verso un generale in congedo non è femminismo: è marketing politico con il paracadute. Il paradosso è che, nel tentativo di correre ai ripari, si finisce per dare ragione proprio a chi si voleva combattere — perché se l’unica ragione per accorgersi della segregazione è il sondaggio, la battaglia per i diritti delle donne non è mai stata l’obiettivo. Era, appunto, un turno riservato. Come quello in piscina.