Facebook “dimentica” Vannacci? Il tag che sparisce e il sospetto che resta

Prova a scrivere un post e a taggare, con la @, il cognome del generale in congedo che a febbraio ha fondato il suo partito sovranista. Non succede niente. Nessun suggerimento, nessuna scheda che si apre, come se quel nome — che pure compare su una pagina pubblica seguita da quasi trecentomila persone, con contenuti pubblicati quotidianamente — non esistesse nel database dei suggerimenti di Facebook. Eppure basta digitare il nome di quasi chiunque altro, compresi personaggi con una frazione di quel seguito, e il suggerimento compare regolarmente.

La pagina, va detto per onestà, non è sparita: resta pubblica, consultabile, piena di reel e aggiornamenti. Quello che manca è la possibilità di taggarla — lo strumento che permette a chiunque componga un post di agganciare il proprio contenuto a quel nome, dandogli visibilità nella rete di chi lo segue. Una differenza sottile ma non irrilevante: non è la cancellazione di un profilo, è la disattivazione mirata di una funzione di visibilità.

Le spiegazioni possibili sono più di una, ed è onesto elencarle tutte. Potrebbe essere una scelta dello stesso staff del politico, che preferisce controllare chi lo associa ai propri contenuti. Potrebbe essere un effetto della policy di Meta sulla riduzione dei contenuti politici, dichiarata da anni e applicata in automatico a chiunque rientri in quella categoria. O — l’ipotesi che fa più notizia, anche se resta la meno dimostrabile — potrebbe essere una scelta editoriale della piattaforma su un bersaglio specifico.

Il problema, per chi accusa, è che l’onere della prova sta tutto dalla parte di chi denuncia: un’azienda privata americana non deve spiegazioni a nessuno sul funzionamento interno del proprio algoritmo, e la differenza fra un bug, una policy generale e una scelta mirata è invisibile dall’esterno. Resta il fatto, verificabile da chiunque voglia provarci: digitare quel nome nella casella dei tag e non trovarlo. Il resto — censura, prudenza, o semplice indifferenza dell’algoritmo — è terreno di sospetto, non di prova. Ma il sospetto, in politica, spesso conta quanto la prova.

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