C’è una parola, in spagnolo come in italiano, che negli ultimi giorni ricorre con frequenza sospetta nei palazzi di Madrid: traffico. Non è la stessa parola, si affretteranno a precisare i portavoce del governo — un conto è il traffico di esseri umani che ha riversato decine di migliaia di persone sulle coste di Ceuta, un altro è il traffico di influenze per cui la consorte del premier spagnolo è stata rinviata a giudizio, insieme all’accusa di appropriazione indebita di fondi pubblici legata alla gestione di una cattedra universitaria. Due traffici, due tribunali, due vicende che sulla carta non si toccano. Eppure capita, nella cronaca politica, che due scandali paralleli finiscano per raccontare la stessa cosa anche senza volerlo: la distanza tra chi governa e le conseguenze di chi governa.
Il capo dell’esecutivo di Madrid, di fronte a un’ondata di sessantamila persone entrate in poche ore attraverso l’enclave nordafricana, ha scelto la strada più comoda: colpa delle mafie, delle organizzazioni criminali che avrebbero trasformato una sentenza tecnica del Tribunale Supremo — quella che esclude il mare dagli “elementi di contenimento frontaliero” — in materiale promozionale sulle coste marocchine. Non è una tesi campata in aria: lo stesso ministero dell’Interno l’ha confermata. Ma è anche, va detto, la spiegazione più comoda da offrire quando si guida un Paese da otto anni e non si vuole ammettere che un rischio sistemico — già visto nel 2021, sempre a Ceuta, sempre con dinamiche simili — non è stato preso sul serio in tempo.
Nel frattempo, a poche settimane di distanza, un giudice istruttore ha deciso che la moglie del premier debba rispondere davanti a una giuria popolare di traffico di influenze e appropriazione indebita di fondi pubblici, dopo due anni di indagini sulla gestione di un master universitario. L’accusa di corruzione vera e propria è caduta, va detto per onestà, e la difesa continua a proclamarsi innocente fino a sentenza definitiva, come è giusto che sia. Ma il quadro complessivo — un governo che chiede fiducia sulla gestione dei confini mentre il nucleo familiare del suo capo è sotto processo per un altro genere di “traffico” — non aiuta la credibilità di nessuno.
Non c’è, e va detto chiaramente, alcuna prova che le due vicende siano collegate: non risulta che le reti che intascano denaro dai migranti in fuga dal Marocco abbiano alcun rapporto con l’accademia madrilena o con i fondi di una cattedra universitaria. Sarebbe disonesto, oltre che scorretto, sostenerlo. Ma la stagione dei traffici, sotto questo governo, resta comunque affollata: chi specula sulla disperazione altrui in mare aperto, e chi — secondo l’accusa, tutta da dimostrare — avrebbe speculato sulla propria posizione in un’aula universitaria. Materie diverse, stesso campo semantico, stesso governo. E la stessa, identica, riluttanza a chiamare le cose con il loro nome quando il nome coincide con un errore proprio.