Se ne va con la stessa discrezione con cui ha vissuto vent’anni dentro una maglia sola. Franco Baresi non ha mai avuto bisogno di alzare la voce: bastava il braccio teso, la fascia al bicipite, quello sguardo che fermava gli attaccanti prima ancora del pallone. Se n’è andato nella notte, all’Humanitas di Rozzano, a 66 anni, dopo un’ultima battaglia iniziata un anno fa con un nodulo al polmone. Il calcio italiano perde il suo libero definitivo, quello che ha reso un ruolo quasi estinto una forma d’arte.
Nato a Travagliato, in provincia di Brescia, l’8 maggio 1960, cresciuto dagli zii insieme al fratello Beppe — che avrebbe scelto sponda nerazzurra, quasi una beffa del destino calcistico — Franco trovò nel Milan non una squadra ma una casa. Ci restò dentro per settecentododici partite, senza mai concedersi il lusso di un altrove. Capitano a ventidue anni, un’età in cui altri ancora inseguono un posto da titolare, guidò i rossoneri attraverso gli anni bui pre-Sacchi e poi nella stagione dei trionfi, quella che avrebbe riscritto la grammatica del calcio europeo con Gullit, Van Basten e Rijkaard a completare un reparto che i libri di tattica studiano ancora.
Vinse tutto quello che c’era da vincere: scudetti, Coppe dei Campioni, Coppe Intercontinentali. Con la Nazionale conquistò il Mondiale dell’82, da ragazzo silenzioso in panchina che assisteva ai trionfi altrui, e visse la finale di Pasadena nel ’94, quella del rigore sbagliato che pesò più di ogni vittoria precedente — una ferita che portò con dignità, senza mai trasformarla in alibi.
Il primo giugno 1997, a San Siro, contro il Cagliari, disse addio al campo. Il Milan fece qualcosa che il calcio italiano non aveva mai visto: ritirò la maglia numero 6. Nessuno l’avrebbe più indossata. Non un omaggio come tanti, ma il riconoscimento che certi numeri, dopo essere passati su certe schiene, smettono di appartenere alla squadra e diventano storia.
Negli ultimi mesi si era fatto raro, sui social e in pubblico. A febbraio era apparso a San Siro, più minuto ma sorridente, per portare la fiaccola olimpica di Milano-Cortina insieme a Beppe Bergomi — eterno avversario nei derby d’Italia, oggi accomunato da un dolore che i due conoscono fin troppo bene. A dicembre aveva scritto solo due parole, «tornare a casa», accompagnando qualche scatto dalla tribuna. A novembre, un «viva la vita» che oggi si rilegge come un testamento.
Il Milan lo ha salutato con parole che pesano quanto le sue: «non è semplice comunicare la perdita di un battito del nostro cuore, di uno dei respiri della nostra anima». Poche righe più sotto, la promessa che i tifosi rossoneri si sono fatti tra loro, prima ancora che al club: essere all’altezza di quello che Baresi ha rappresentato.
Il più grande difensore di tutti i tempi non è un’iperbole da coccodrillo. È la conclusione a cui arriva chiunque abbia visto un libero leggere il gioco un secondo prima degli altri, anticipare senza fallo, comandare una difesa con un cenno del capo invece che con un urlo. Baresi ha reso il ruolo del difensore centrale una posizione di comando anziché di rimedio. Ha insegnato che si può essere leader senza essere appariscenti, capitani senza essere protagonisti, leggende senza cercarlo.
Sei per sempre, capitano.