Il Pride e il velo condividono lo stesso scaffale ideologico — quello delle “minoranze da tutelare” — ma sono merce incompatibile, e prima o poi lo scaffale crolla. Non è un’illazione: basta chiedere a un imam salafita cosa pensa del matrimonio egualitario, o a un teorico gender cosa pensa della sharia sul diritto di famiglia, oppure l’emarginazione femminile coi diritti delle donne, per scoprire che il “campo largo” della segreteria del PD è largo solo finché nessuno lo misura. Ieri sera, a Berlino, qualcuno lo ha misurato con un furgone.
C’è una liturgia laica che l’Occidente ripete dopo ogni strage di questo tipo, e va sempre uguale: prima lo sgomento, poi il minuto di silenzio, poi — nel giro di ventiquattr’ore — l’avviso che “non bisogna generalizzare”. Il rito si è ripetuto puntuale a Berlino, dove un furgone lanciato sulla folla del Pride, al Tiergarten, ha ucciso una donna e ferito una trentina di persone. Il conducente, un ventunenne nato a Berlino nel 2005, era già stato condannato per la preparazione di un piano contro lo Stato, era uscito dal carcere minorile a maggio con la libertà vigilata, e avrebbe dovuto seguire ventisei incontri in un centro di deradicalizzazione. Ne aveva frequentati due, su base volontaria — la partecipazione non era vincolante. Il terzo era fissato per il giorno dopo l’attentato. Prima di tentare la Siria nel 2025, era già stato fermato in Libano e rispedito a casa, dove evidentemente qualcuno ha ritenuto che due chiacchiere bastassero a disinnescarlo.
Chiamarla “falla del sistema” è già una cortesia. Non è una falla: è l’architettura stessa. Uno Stato che dispone la deradicalizzazione e poi la rende facoltativa non sta prevenendo nulla, sta certificando con un timbro burocratico un rischio che ha già scelto di correre.
Ma il punto che nessun editoriale mainstream toccherà è più a monte, ed è teologico-politico prima che di sicurezza. Il bersaglio non era casuale: un corteo Pride non si colpisce per errore, si colpisce perché incarna esattamente ciò che una certa lettura dell’Islam politico considera abominio da estirpare. Quella lettura ha un nome — hakimiyya — ed è la dottrina, teorizzata da Mawdudi e sistematizzata da Sayyid Qutb, secondo cui la sovranità appartiene solo ad Allah: la legge non la fa il popolo, la riceve. È l’esatto rovescio del principio su cui poggia ogni democrazia liberale, dove la sovranità è popolare o non è. Non serve scomodare l’esegesi raffinata: bastano i versetti che ogni imam salafita cita a memoria — il 9:29 sulla sottomissione dei “popoli del Libro”, il 4:34 sulla gerarchia coniugale, il 5:33 sulle pene per chi fa guerra “ad Allah e al Suo messaggero”. Non sono letture eccentriche di frange isolate: sono la grammatica ordinaria del jihadismo operativo, quello che ha già colpito un Pride, un mercatino di Natale, una discoteca a Orlando, sempre scegliendo simboli, mai bersagli casuali.
La sinistra europea, che di questa grammatica non vuole sapere, preferisce la spiegazione socioeconomica — la periferia, l’esclusione, il disagio — che ha il pregio di non richiedere di guardare in faccia un testo. E così, puntuale come la liturgia del cordoglio, arriva l’altro rito: l’ondata di consenso elettorale per chi quella grammatica la nomina senza infingimenti. In Germania si chiama AfD, e cresce non perché convince con gli argomenti ma perché resta l’unico partito che non recita la parte dello scandalizzato di fronte all’ovvio.
Manca, in questa storia, il paradosso che nessuno a sinistra ha il coraggio di mettere per iscritto. Il Pride e il velo condividono lo stesso scaffale ideologico — quello delle “minoranze da tutelare” — ma sono merce incompatibile, e prima o poi lo scaffale crolla. Non è un’illazione: basta chiedere a un imam salafita cosa pensa del matrimonio egualitario, o a un teorico gender cosa pensa della sharia sul diritto di famiglia, per scoprire che il “campo largo” della segreteria del PD è largo solo finché nessuno lo misura. Si può tenere insieme, in campagna elettorale, chi marcia al Pride e chi chiede il velo a scuola solo evitando accuratamente che i due si guardino in faccia. Il giorno in cui qualcuno lo pretenderà — e Berlino, ieri, l’ha appena reso un obbligo morale — il campo largo dovrà scegliere quale minoranza tradire. Scommettiamo su quale delle due voterà ancora PD dopo?