Il dibattito sulle regole più severe per gli stranieri che delinquono si è concentrato finora quasi soltanto sul condannato: Fratelli d’Italia ha depositato l’8 luglio una proposta di legge per far scontare la pena nel Paese d’origine a chi prende oltre un anno di carcere, allargando anche i casi di revoca della cittadinanza; la Lega ha ottenuto la procedura d’urgenza sul proprio giro di vite in materia; e la spinta più radicale, quella della “remigrazione”, continua a guadagnare consenso nei sondaggi. Tutte iniziative che guardano, giustamente, a chi commette il reato. Ma c’è un tassello che nessuna di queste proposte affronta ancora, ed è quello che riguarda chi resta.
Valutare la sussistenza economica dei familiari conviventi con il condannato non è un atto punitivo: è, semplicemente, onestà amministrativa. Se il condannato era l’unica fonte di reddito del nucleo familiare, ignorare questo dato significa lasciare che lo Stato italiano si faccia carico, in modo implicito e non regolato, del sostentamento di persone che non hanno più alcun titolo di reddito autonomo sul territorio. Non è una domanda ideologica, è una domanda contabile: chi paga, e con quali risorse, il mantenimento di chi resta senza percettore di reddito in famiglia?
La risposta a questa domanda diventa ancora più urgente se si guarda a come lo Stato tratta già i propri cittadini più fragili. In Italia l’assistenza domiciliare per le persone con disabilità resta, in larghe fasce del Paese, insufficiente o del tutto assente per mancanza di fondi: famiglie italiane che da anni attendono un’ora di assistenza in più, un operatore socio-sanitario che non arriva, un budget di progetto che non basta mai. Se questa è la condizione con cui lo Stato tratta i propri cittadini disabili, pretendere che le stesse risorse — sempre le stesse, sempre limitate — si estendano automaticamente e senza verifica a chiunque si trovi collegato a un condannato straniero non è generosità: è una scelta che sottrae tutela a chi, in Italia, ha già un diritto acquisito e non riconosciuto pienamente.
Valutare la sussistenza, in questo senso, non significa colpire i familiari in quanto tali. Significa introdurre un criterio — verificabile, caso per caso — che distingua chi ha reali margini di autonomia economica da chi si troverebbe, da un giorno all’altro, privo di ogni sostegno e quindi interamente a carico della collettività. Una politica migratoria seria non si ferma al singolo condannato: guarda al nucleo familiare nella sua interezza, proprio perché le risorse per chi ha davvero bisogno — italiano o straniero che sia — non sono infinite, e fingere il contrario non aiuta nessuno, tantomeno chi quel bisogno lo vive ogni giorno senza clamore e senza una piazza a sostenerlo.