C’è uno schema che chi segue la cronaca nazionale da qualche anno riconosce a memoria: basta che un intervento delle forze dell’ordine finisca male, e nel giro di ventiquattr’ore la stampa ha già scritto la sentenza. Le indagini, la Procura, le bodycam, i testimoni sono dettagli che arriveranno dopo, se arriveranno: il colpevole in divisa è già stato individuato prima ancora che un magistrato apra un fascicolo.
È quello che sta succedendo con il caso di Bologna. Domenica 19 luglio, al Pilastro, la Questura viene chiamata dai residenti per un uomo in forte stato di agitazione che, secondo la prima ricostruzione della polizia, ha già colpito l’auto di servizio arrivata sul posto. Abderrahim Fakir, 42 anni, marocchino, in Italia da quando aveva sette anni, viene immobilizzato a terra da due agenti. Un video girato da un residente e diffuso dalla famiglia lo mostra a pancia in giù, bloccato ai polsi e alle caviglie, mentre grida aiuto per oltre due minuti prima di restare immobile. Poco dopo viene dichiarato il decesso.
La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e ha applicato — è la prima volta in Italia — lo scudo penale previsto dall’ultimo decreto sicurezza: sei persone, i due agenti intervenuti e quattro operatori del 118 presenti sulla scena, sono state iscritte nel registro delle annotazioni preliminari, senza al momento alcun indagato. Lo scudo, va ricordato, non esclude la punibilità: serve a inquadrare da subito l’eventuale causa di giustificazione di chi interviene in servizio, non a chiudere il caso. Le indagini sono ancora in corso e, come sempre in questi casi, vale la presunzione di non colpevolezza per chi è coinvolto, in un senso e nell’altro: né gli agenti sono colpevoli a priori, né lo scudo è un’assoluzione automatica.
Quello che i primi titoli hanno lasciato ai margini è che l’uomo morto al Pilastro non era uno sconosciuto per le forze dell’ordine. Dal certificato del casellario giudiziale risultano cinque precedenti, principalmente per droga, tutti risalenti a circa vent’anni fa — una condanna definitiva del 2005 a quattro anni e due mesi per detenzione e spaccio di stupefacenti — e formalmente cancellati dall’indulto del 2006. Il segretario generale del sindacato di polizia Coisp ha aggiunto altri episodi più recenti, un arresto nel 2019 per resistenza a pubblico ufficiale su un treno e una denuncia nel 2022 per lesioni personali, che però restano ricostruzioni di parte, non confermate dal certificato giudiziale ufficiale. È un contesto che andava dato subito, non recuperato due giorni dopo come controinformazione.
Sul resto, le voci sono quelle che ci si aspetta. La premier ha chiesto che le eventuali responsabilità vengano accertate «con il massimo rigore, senza sconti per nessuno», ma ha anche detto che nulla giustifica la violenza contro le forze dell’ordine. La segretaria del Partito Democratico ha parlato di «fallimento dello Stato». Il sindaco di Bologna, che pure ha indetto la manifestazione di protesta, si è ritrovato una piazza in parte pacifica e in parte no: bombe carta, petardi e bottiglie contro gli agenti, che hanno risposto con idranti e lacrimogeni. Il bilancio della serata è di almeno sessantanove feriti, di cui sessantaquattro tra le forze dell’ordine, secondo i dati della Questura.
Ecco, questo è il punto che la cronaca nazionale fatica sistematicamente a raccontare con lo stesso peso: sessantaquattro agenti finiscono all’ospedale in una sera, e la notizia scivola via in un sottotitolo, mentre la vicenda del fermo resta in prima pagina per giorni. Non significa che la morte di un uomo durante un intervento di polizia non meriti la massima attenzione — la merita, ed è giusto che un magistrato accerti cosa sia realmente successo. Significa che chi indossa una divisa e va a sedare una persona in escandescenza, senza sapere se è armata, se è malata, se reagirà con violenza, lo fa ogni giorno e raramente finisce sulle stesse pagine se le cose vanno come devono andare. Il rischio di questo schema ripetuto — sentenza prima, accertamenti dopo — non è solo che sia ingiusto verso due agenti che aspettano di sapere cosa gli verrà contestato. È che, notizia dopo notizia, si costruisce l’idea che le forze dell’ordine siano il problema, quando restano, semplicemente, chi risponde quando tutti gli altri hanno già chiuso la porta di casa.