L’europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra ha un rapporto complicato con le abitazioni: quasi sempre, quando la giustizia la raggiunge, c’entra una casa. Stavolta il canovaccio si ripete con un risvolto quasi comico. Il Tribunale di Milano, sezione Lavoro, l’ha condannata a pagare oltre 300mila euro a due suoi ex collaboratori parlamentari, licenziati senza preavviso nel febbraio 2025. E lo ha fatto in contumacia, perché la deputata non era reperibile all’indirizzo di residenza ufficiale quando i legali dei due ex assistenti hanno tentato di notificarle il ricorso.
I due contratti, entrambi scaduti solo sulla carta a fine mandato (16 luglio 2029), prevedevano stipendi quasi identici, tra i 2.900 e i 3.000 euro mensili, per compiti di rappresentanza e comunicazione politica. La rottura è arrivata rapida: a un’assistente è stato revocato l’incarico per il “venir meno del rapporto fiduciario”, a un collega per “manifesta insoddisfazione” riguardo al suo lavoro. Nessun tentativo di conciliazione, secondo la sentenza. Il giudice ha ricordato un principio elementare del diritto del lavoro: spetta certamente alla datrice di lavoro l’onere della prova della giusta causa, e non essendosi presentata in aula, l’eurodeputata quell’onere non l’ha assolto. Risultato: 300.900 euro di risarcimento per i mancati guadagni fino a fine legislatura, più 10mila euro di spese legali. La sentenza, di marzo, resta comunque appellabile.
Non è la prima volta che una questione abitativa le presenta il conto. L’Aler lombarda le contesta ancora circa 90mila euro di affitti mai versati per un alloggio popolare occupato dal 2008 in zona Navigli a Milano, importo che l’interessata respinge sostenendo di non aver mai effettivamente abitato l’appartamento. Un debito più piccolo, 3.500 euro per un’altra occupazione, in via Ciclamini, è stato invece saldato con tempismo perfetto: proprio nei giorni dell’elezione a Bruxelles.
Il casellario giudiziale, del resto, non è vuoto. C’è una condanna per invasione di edifici, confermata in appello nel 2019 con rito abbreviato (dieci mesi, da recidiva), relativa a occupazioni tra il 2014 e il 2017. E c’è la condanna, divenuta irrevocabile il 3 luglio 2023 dopo il rigetto del ricorso in Cassazione, per resistenza aggravata a pubblico ufficiale in concorso, legata agli scontri del 2014 attorno a un centro sociale milanese sgomberato dalle forze dell’ordine.
Poi c’è il capitolo ungherese, quello che l’ha resa nota al grande pubblico: arresto a Budapest nel febbraio 2023 per la presunta aggressione a militanti neonazisti, quindici mesi di custodia cautelare, il trasferimento ai domiciliari nel maggio 2024 e la scarcerazione un mese dopo grazie all’elezione a Strasburgo. L’immunità è stata confermata dal Parlamento europeo il 7 ottobre 2025 con un solo voto di scarto, e il tribunale di Budapest ha formalmente chiuso il fascicolo lo scorso aprile. Va detto con precisione, perché qui la sostanza conta più del titolo: non si tratta di un’assoluzione nel merito, ma di un procedimento sospeso per l’operare dell’immunità parlamentare, riavviabile da capo in teoria. La stessa interessata, del resto, ha escluso di voler rinunciare all’immunità per affrontare un processo a Budapest, anche dopo la sconfitta elettorale di Viktor Orbán.
Il filo che lega ogni episodio è sempre lo stesso: multe, risarcimenti, procedimenti sospesi, mai una cella che si chiude davvero alle sue spalle dopo una condanna definitiva. Chi si è costruita una carriera politica come paladina degli ultimi, nel frattempo, lascia dietro di sé una scia di collaboratori e istituti popolari in attesa di essere pagati.