Nessuno tocchi le forze dell’ordine

In poco più di una settimana, tra Sardegna, Piemonte ed Emilia, le cronache hanno restituito lo stesso fotogramma ripetuto tre volte: un agente in servizio, un controllo di routine, e la violenza che esplode dal nulla. A Cabras, un automobilista fermato dalla Polizia Stradale durante un controllo, con evidenti segni di alterazione alcolica, ha versato del liquido infiammabile addosso a uno degli agenti e sull’auto di servizio, per poi dare fuoco alla tanica e lanciarla contro la volante. Solo il sangue freddo dei due poliziotti ha evitato conseguenze che il sindacato Siulp Sardegna definisce senza esitazioni «drammatiche».

Ad Alpignano, alle porte di Torino, il comandante della polizia locale è stato aggredito nella tarda serata di sabato 18 luglio dal conducente di un’automobile durante un normale servizio di controllo del territorio: medicato in ospedale, è stato dimesso in giornata. A Cento, in provincia di Ferrara, ai carabinieri della Compagnia locale non è andata meglio: in poche ore hanno dovuto fronteggiare due distinti episodi di violenza, un venticinquenne che ha brandito un ramo d’albero contro la pattuglia e un cinquantenne arrestato per resistenza, minaccia a pubblico ufficiale e lesioni. Entrambi gli arresti sono stati convalidati dal Tribunale di Ferrara.

Il sindacato di polizia non usa mezzi termini: aggredire un agente significa colpire lo Stato mentre esercita una funzione pubblica nell’interesse esclusivo della collettività, ed è una richiesta di maggiore tutela che torna puntuale ogni volta che le cronache si infittiscono, per poi scontrarsi con un dibattito pubblico che, sistematicamente, sposta l’attenzione altrove.

Perché mentre i sindacati contano le ferite dei propri iscritti, a tenere banco nei salotti televisivi è tutt’altra vicenda. Domenica scorsa, nel quartiere Pilastro di Bologna, un uomo di 42 anni, Abderrahim Fakir, di origine marocchina e residente in Italia da 35 anni, è morto dopo essere stato immobilizzato a terra da due agenti intervenuti insieme al personale del 118 per quella che i familiari descrivono come una crisi psichiatrica. Un video diventato virale mostra l’uomo ammanettato a terra che grida aiuto prima di smettere di respirare. La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo e disposto l’autopsia, iscrivendo sei persone — i due poliziotti e i quattro operatori sanitari — nel registro delle annotazioni preliminari, il cosiddetto modello 45 bis, la procedura voluta dal governo che sospende l’automatica iscrizione nel registro degli indagati per verificare l’esistenza di eventuali cause di giustificazione. Nessun indagato, dunque, almeno per ora: è doveroso ricordarlo, così come è doveroso ricordare che si tratta di un procedimento appena aperto, le cui conclusioni spettano solo alla magistratura.

Il ministro dell’Interno ha tenuto a precisare che non si tratta di «uno scudo penale», ma della «giusta collocazione di un caso all’interno di un’iscrizione» prevista dalla norma. Il sindacato di polizia, dal canto suo, difende la professionalità dell’intervento — gli agenti avevano con sé il taser ma hanno scelto lo spray al capsicum, sottolinea una nota — e stigmatizza «con la massima fermezza» chi, si legge ancora nel comunicato, sembra più interessato a cavalcare la tragedia per fini di parte, specie se a farlo è chi riveste ruoli di alta responsabilità istituzionale.

Ed è qui che si chiude il cerchio con il titolo di questo articolo. Perché tra le voci che hanno inforcato più in fretta la vicenda bolognese c’è quella di un’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, che dai microfoni di Bruxelles ha collegato la morte di Fakir al caso di cronaca giudiziaria dell’estate — il caso Roggero, tornato al centro delle polemiche sulla legittima difesa — per sostenere che l’Italia starebbe «scivolando verso un modello securitario sempre più simile a quello Usa». Una lettura suggestiva, per carità, che però ignora accuratamente le taniche incendiarie, i rami d’albero brandeggiati e i comandanti finiti al pronto soccorso delle ultime due settimane, come se il problema dell’ordine pubblico italiano viaggiasse in un’unica direzione.

Sia chiaro: la morte di un uomo durante un fermo di polizia merita accertamenti rigorosi, indipendenti nella sostanza anche quando la procedura non lo è del tutto nella forma, e la famiglia di Fakir ha ogni diritto di pretenderli. Ma pretendere verità non equivale a emettere sentenze prima dell’autopsia, e soprattutto non equivale a trasformare ogni intervento di polizia in un processo sommario mentre chi indossa la divisa continua a finire in ospedale per aver semplicemente fatto un controllo alla circolazione. La tutela di chi subisce violenza mentre serve lo Stato e l’accertamento di eventuali responsabilità quando è lo Stato a esercitare la forza non sono, in teoria, in contraddizione tra loro. Lo diventano solo quando la politica decide quale delle due raccontare, a seconda della convenienza del momento.

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