Roggero, Mieli e i due pesi e due misure di chi fa la morale in tv (finché conviene)

Ieri sera, in uno dei soliti salotti di access prime time, il copione era quello di sempre: il gioielliere Mario Roggero, condannato in via definitiva dalla Cassazione a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due dei tre rapinatori che lo avevano assaltato il 28 aprile 2021, veniva sezionato con dovizia di articoli di codice. Niente legittima difesa piena, si spiegava con tono professorale, ma eccesso colposo. Niente candidatura, perché l’articolo 29 del Codice Penale prevede l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per condanne superiori ai cinque anni. E niente grazia facile, perché la richiesta presentata dalla moglie del gioielliere è materia riservata al solo Quirinale, non certo a comizi e dirette Instagram.

Tutto giusto, sul piano tecnico. Il problema è che a un certo punto Paolo Mieli ha fatto notare in studio come le stesse fesserie giuridiche rimproverate a Matteo Salvini sul caso Roggero fossero, punto per punto, identiche a quelle appena pronunciate dal sindaco di New York Zohran Mamdani sull’arresto di Netanyahu: promesse buone per la piazza, prive di qualunque copertura legale, smontabili in trenta secondi da chiunque abbia letto un codice. La differenza, verrebbe da dire, è che nessuno in studio aveva sezionato Mamdani con lo stesso zelo riservato a Salvini.

A quel punto la scena si è fatta interessante: il conduttore e la sua collega, fino a un attimo prima entusiasti di ogni bordata anti-Salvini, hanno cambiato argomento con la velocità di chi ha appena sentito toccare un nervo scoperto. Mieli, che dieci minuti prima era l’eroe della puntata per aver incalzato il vicepremier, è diventato di colpo la mosca bianca fastidiosa che rovina la festa facendo notare che la coerenza, se vale, deve valere per tutti.

Perché il punto vero, che i cavilli da azzeccagarbugli televisivo tendono a nascondere, è un altro: alla stragrande maggioranza degli italiani dei tecnicismi sulla legge Severino non importa nulla. La gente è stanca di rapine, di aggressioni, di sentirsi dire che difendersi è un rischio penale più grande del subire. E se potesse, rifarebbe quello che ha fatto Roggero, senza pensarci due volte. Vale la pena ricordare, con tutte le cautele del caso visto che la ricostruzione è stata seccamente smentita dallo stesso Roggero e da Salvini, che le cronache dell’epoca raccontarono anche di un episodio del 2005, quando il gioielliere avrebbe minacciato con un’arma l’allora fidanzato della figlia e i genitori di lui: una vicenda che, nella lettura che ne dà buona parte dell’opinione pubblica, viene associata al timore di un padre per l’incolumità della propria figlia, più che a un atto gratuito di violenza.

Non è un caso che, mentre i talk show si accapigliano su articoli e commi, la richiesta di grazia raccolga firme anche fuori dal perimetro del centrodestra e che perfino esponenti moderati, come il vicepremier Antonio Tajani, abbiano parlato di un uomo che ha sbagliato sotto pressione dopo anni di paura. Il diritto, con le sue regole e i suoi tempi, resta necessario. Ma quando lo si brandisce con rigore chirurgico solo contro un pensionato di 72 anni e si chiude un occhio davanti a un sindaco che promette arresti impossibili dall’altra parte dell’oceano, il sospetto che la legge sia un’arma spuntata a targhe alterne diventa, appunto, quasi una certezza.

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