C’è chi governa una città di otto milioni di abitanti a colpi di dichiarazioni buone per i social e chi, più prosaicamente, dovrebbe occuparsi di trasporti, criminalità e bilancio comunale. Il neo sindaco di New York, il democratico socialista Zohran Mamdani, ha scelto la prima strada: in un’intervista al New York Times ha annunciato che la sua amministrazione starebbe valutando di far arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu qualora questi si presentasse in città a settembre per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Il riferimento è al mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte Penale Internazionale a fine 2024 e confermato nel 2025 nei confronti di Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità legati alla campagna militare a Gaza. “Il premier israeliano deve essere processato all’Aia”, ha dichiarato Mamdani, definendolo senza mezzi termini un criminale di guerra incriminato dalla Corte.
Peccato che tra il dire e il manettare ci sia di mezzo il diritto internazionale, quello vero. Gli Stati Uniti non riconoscono la giurisdizione della Corte Penale Internazionale e non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma: il mandato d’arresto, per Washington, semplicemente non esiste. Un capo di governo straniero in missione ufficiale alle Nazioni Unite gode inoltre di immunità diplomatica, e la sicurezza dell’area ONU è materia di competenza federale, non certo del dipartimento di polizia municipale che il sindaco potrebbe teoricamente comandare.
Lo stesso Mamdani, va detto a suo credito, non ha nascosto l’incertezza della propria posizione: ha ammesso di aver interpellato l’ufficio legale della città per capire se il sindaco abbia davvero l’autorità di ordinare al NYPD di trattenere un capo di Stato estero, e ha precisato che non intende far approvare nuove leggi ad hoc pur di raggiungere l’obiettivo. Una prudenza che stona non poco con la sicurezza sbandierata in campagna elettorale, quando nel dicembre 2024 prometteva senza esitazioni che Netanyahu sarebbe stato arrestato “secondo il diritto internazionale” se avesse messo piede in città.
Non è un dettaglio da poco che perfino tra gli alleati politici del sindaco, secondo quanto riportato dal New York Times, la questione susciti più imbarazzo che entusiasmo: l’arresto di Netanyahu non risulterebbe una priorità nemmeno per alcuni esponenti della sua stessa base, più interessati ai temi sociali che a un braccio di ferro diplomatico dall’esito scontato. Resta il fatto politico, quello sì concreto: per la prima volta in 62 anni nessuna autorità cittadina ha partecipato alla parata di Israele a New York, segno di una rottura che va ben oltre le dichiarazioni sull’Assemblea Generale.
Il copione, in fondo, è sempre lo stesso: si promette la mossa muscolare per intestarsi la prima pagina, salvo poi scoprire — davanti ai propri uffici legali — che tra la retorica da comizio e la Costituzione americana la distanza resta quella che è sempre stata: incolmabile.