Se l’IA si rifiuta di scrivere di Trump e nega la verità

C’è un paradosso che merita di essere raccontato, perché dice molto sul futuro dell’informazione. Un lettore vede un titolo di un grande quotidiano nazionale, uno di quelli veri, con tanto di indirizzo del sito ben visibile nella barra del telefono. Il titolo riporta una battuta imbarazzante di un capo di Stato straniero. Il lettore, diligente, sottopone lo screenshot a una delle intelligenze artificiali più diffuse al mondo, quella di una nota big tech, e chiede lumi.

La risposta arriva sicura, professorale, definitiva: si tratterebbe di «un esempio di disinformazione online». Non esistono riscontri, sentenzia la macchina, non esistono collegamenti validi, e giù una lezioncina sulla circolazione di screenshot manipolati, sull’indignazione artificiale, sulla necessità di verificare sempre le fonti.

Peccato che il fatto fosse vero. Documentato, filmato, riportato da decine di testate internazionali nel giro di poche ore. La battuta era stata pronunciata davvero, davanti alle telecamere, con tanto di pubblico che applaudiva. L’intelligenza artificiale non aveva verificato nulla: aveva semplicemente deciso, in automatico, che una notizia sgradevole su un certo personaggio doveva essere falsa. E nel farlo ha prodotto esattamente ciò contro cui metteva in guardia: disinformazione. Con l’aggravante del tono da maestrina.

Il meccanismo è interessante e inquietante insieme. Queste macchine vengono addestrate con filtri e cautele che, nelle intenzioni dichiarate, dovrebbero proteggerci dalle bufale. Nella pratica, il filtro scatta secondo una logica prevedibile: titolo estremo più personaggio potente uguale probabile falso. Non serve controllare. La macchina non mente per malizia: mente per prudenza aziendale, che è peggio, perché la prudenza aziendale è sistematica, silenziosa e non risponde a nessuno.

Ci hanno spiegato per anni che l’intelligenza artificiale avrebbe democratizzato l’accesso all’informazione. Sta accadendo il contrario: si sta formando un nuovo strato di mediazione opaca tra il cittadino e i fatti. Il vecchio direttore di giornale, quando censurava, ci metteva la faccia e la firma. Il nuovo censore è un algoritmo tarato in una sala riunioni oltreoceano, secondo criteri che nessun lettore potrà mai leggere, contestare o impugnare. E quando sbaglia, non rettifica: semplicemente, alla prossima domanda, risponderà con la stessa serena sicurezza.

Il punto non è il singolo episodio, né il personaggio coinvolto, che qui interessa poco. Il punto è che milioni di persone stanno trasferendo a questi sistemi la funzione che un tempo spettava all’edicola, alla biblioteca, al confronto tra testate: decidere cosa è vero. E questi sistemi, alla prova dei fatti, mostrano di avere una lista — non scritta ma operante — di argomenti su cui è più conveniente negare che verificare.

Un’informazione libera presuppone strumenti liberi. Una macchina che dà del falsario a un quotidiano fondato nel 1867 pur di non ammettere che un potente ha detto una sciocchezza non è uno strumento libero: è un ufficio stampa preventivo, installato direttamente nella tasca del lettore. E il lettore, che pure aveva fatto tutto giusto — aveva letto, dubitato, verificato — si ritrova rimproverato proprio dalla macchina che gli mentiva.

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