Il calcio è morto. W il calcio!

Il calcio è diventato un martirio burocratico, un’autopsia in diretta televisiva che si consuma a ogni Mondiale.

Abbiamo trasformato la bellezza dell’imprevisto in una catena di montaggio della perfezione algoritmica, consegnando il gioco nelle mani di una tecnologia che, lungi dall’eliminare l’errore, ne ha moltiplicato le declinazioni. Il VAR, nato come strumento di giustizia suprema, si è rivelato il carnefice dell’estasi: ogni gol, anziché essere un’esplosione liberatoria, diventa un attimo sospeso, una verifica notarile che spegne il sangue nelle vene. Il paradosso è grottesco e ormai insostenibile, dato che si sbaglia con una frequenza che fa rimpiangere la sana, umana fallibilità dei tre arbitri di un tempo.


Guardare una partita oggi richiede una preparazione farmacologica da pronto soccorso, tra dosi massicce di tranquillanti per sopportare le crisi epilettiche indotte dalle continue interruzioni e la frustrazione di ascoltare commentatori ossessionati dal nulla. Siamo costretti a sorbirci analisi interminabili su ogni inezia, dove la traiettoria di un pallone che accarezza la linea viene sezionata come un caso di stato e ogni starnuto di un campione, come quello di un Modric ormai trasfigurato in oggetto di studio, viene elevato a evento mediatico. Hanno trasformato l’adrenalina in un esercizio di pazienza certosina, svuotando il campo da quella fluidità che rendeva il calcio un’arte.


Eppure, in questo deserto di interruzioni e tecnicismi asettici, resta ancora un barlume di luce per cui vale la pena restare incollati allo schermo: la sopravvivenza di Ronaldo e Messi. Non hanno certo scoperto l’elisir di giovinezza, eppure la loro superiorità rispetto al resto del panorama calcistico attuale è talmente siderale da far sembrare i loro coetanei dei dilettanti allo sbaraglio. Questi due quarantenni sembrano destinati a giocare fino a sessantacinque anni semplicemente perché abitano un piano dimensionale diverso da quello di chiunque altro. Sono gli ultimi guardiani di un calcio che apparteneva ai fuoriclasse e non ai protocolli, gli unici in grado di regalarci, in mezzo a un oceano di fermo-immagine e polemiche inutili, la sensazione che il pallone sia ancora, prima di ogni altra cosa, un oggetto magico.

di Lutzen

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