Murgia era di sinistra: e allora? La tutela dei deboli non ha bandiera

Bisogna dirlo subito, prima che qualcuno lo trasformi in una battaglia di tifoseria: Michela Murgia era una voce dichiaratamente di sinistra, e a chi scrive non interessa nulla. La tutela di chi è malato, disabile o comunque vulnerabile non è un repertorio della sinistra né un cedimento della destra: è un principio che dovrebbe stare a monte di qualunque appartenenza, perché altrimenti smette di essere giustizia e diventa un’arma da brandire solo quando la vittima è dei nostri. Chi oggi minimizza perché Murgia non gli era simpatica politicamente, e chi domani gridasse allo scandalo solo se la vittima fosse di destra, commettono lo stesso errore: misurano la dignità di una persona con il metro dell’appartenenza, non con quello del danno subito.

La Fondazione Bellonci ha risolto il caso più scomodo di questa edizione del Premio Strega con l’eleganza di chi sposta un problema invece di affrontarlo: il finalista favorito, accusato di aver definito Michela Murgia “intransigente e violenta perché brutta” durante una trasferta in pulmino verso Bisceglie, resta in gara. Non perché il comitato abbia deciso che quelle parole, se vere, fossero accettabili — anzi, le ha definite inopportune — ma perché il regolamento, a quanto pare, non prevede l’espulsione di nessuno, nemmeno di chi la chiedesse per sé stesso. Si giudica il libro, non l’autore, recita la formula salvifica. Comoda, sempre.

Resta però un dettaglio che nessun regolamento sembra in grado di metabolizzare: le frasi attribuite al finalista non riguardavano un’opinione politica o una recensione mal digerita, ma il corpo di una donna che stava morendo di cancro, e che a quel corpo doveva la propria rabbia secondo chi gliela attribuiva come causa morale. Body shaming nella sua forma più scoperta: la malattia trasformata in colpa, l’aspetto fisico eretto a prova di carattere. Murgia non può più replicare. Un’altra finalista, presente sul pulmino e legata a lei da una lunga amicizia, ha reagito sul momento — ma una protesta privata durante un viaggio organizzativo non ha alcun valore giuridico.

Qui arriva la domanda che mi è stata posta, e che merita una risposta onesta: la Legge 67/2006 può intervenire? Sulla carta tutela le persone con disabilità così come definite dall’articolo 3 della Legge 104/1992, contro discriminazioni e molestie “connesse alla disabilità”. Il problema è duplice. Primo: bisognerebbe dimostrare che le frasi riguardassero la condizione di malattia di Murgia e non, più genericamente e più squallidamente, il suo aspetto fisico in quanto tale — distinzione che ai giuristi piace, alla dignità delle persone molto meno. Secondo, e decisivo: la tutela giurisdizionale della 67/2006 presuppone un soggetto passivo vivo che agisca, o che deleghi un’associazione. Murgia è morta nel 2023. La legge, scritta per chi può ancora bussare a un tribunale, non ha strumenti per chi non può più farlo.

Quello che resterebbe, in teoria, è la tutela della memoria del defunto attraverso la diffamazione — istituto più debole, attivabile solo da eredi o da chi ha un interesse riconosciuto, e che richiede un’iniziativa privata in tribunali lenti, mentre la macchina mediatica del caso si esaurisce in pochi giorni. Tra una legge pensata per i vivi e uno strumento residuale pensato più per la reputazione che per la persona, il corpo malato di una donna scomparsa resta scoperto. Non per malafede di qualcuno in particolare, ma perché nessuno, scrivendo quelle norme, ha immaginato che la vittima potesse non essere più presente a difendersi.

La Fondazione Bellonci, dal suo canto, ha trovato la via più comoda: prendere le distanze a parole e lasciare che la giuria voti senza che nessuno debba rispondere di niente davanti a un giudice. È lo schema che conosciamo bene in Italia ogni volta che un’istituzione preferisce il regolamento alla responsabilità: non si nega il problema, si rinvia la domanda a un articolo che non c’è. Il romanzo vincerà o perderà sui suoi meriti, come deve essere. Ma la domanda resta aperta, ed è più larga del Premio Strega: cosa succede quando si infierisce sul corpo di chi è malato o disabile, e quella persona non può più nemmeno radunare le forze per offendersi?

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