Aiutiamolo a risparmiare: via le basi americane dall’Italia

C’è qualcosa di quasi liturgico nel rituale della delusione di Donald Trump. Va in scena da mesi, con la stessa scaletta: prima l’attacco generico all’Alleanza, poi la vittima di turno, infine il colpo di scena sospeso a futura memoria. Stavolta il bersaglio è Tgcom24, dove il presidente americano si è detto deluso non solo dall’Italia ma da tutti i leader della Nato, e ha pure trovato il tempo per bollare Giorgia Meloni come «una delle peggiori», la solita reprimenda riservata a chiunque, alleato o no, smetta per un istante di genuflettersi davanti alle sue pretese.

Il copione regge fino in fondo: si rivendicano migliaia di miliardi di dollari spesi per «proteggere» l’Italia, come se la presenza militare americana sul nostro territorio fosse un atto di beneficenza e non, banalmente, l’infrastruttura della propria proiezione strategica nel Mediterraneo; si lamenta un rifiuto a fornire «una dimostrazione di qualcosa di buono», formula talmente vaga da poter giustificare qualunque pretesa futura; e alla domanda se gli Stati Uniti lasceranno l’Alleanza, il solito «non te lo voglio dire», il ricatto morbido di chi vuole tenere tutti sul filo senza impegnarsi mai in nulla.

Non è la prima puntata. Già in primavera, dopo la guerra contro l’Iran e il mancato intervento alleato su Hormuz, Trump si era detto deluso davanti a Rutte alla Casa Bianca, minacciando ritiri di truppe e tirando fuori pure la Groenlandia, quel grosso pezzo di ghiaccio mal gestito. Da allora la delusione presidenziale è diventata lo strumento con cui Washington riscrive a piacimento i termini del rapporto transatlantico, senza concedere nulla in cambio.

Il paradosso è quasi comico: l’uomo che per un decennio ha bollato la Nato come obsoleta, minacciando uscite e tagli, oggi pretende fedeltà assoluta da chi tratta come un peso di cui lamentarsi. È l’amante che tradisce e poi si offende se non gli scrivi la buonanotte, solo che stavolta a finire sul banco degli imputati, ingiustamente, è l’Italia.

E allora, per una volta, prendiamolo sul serio. Se proteggerci costa davvero al contribuente americano migliaia di miliardi, se nessun sacrificio italiano basta comunque a soddisfare una gratitudine pretesa e mai definita, l’unica risposta dignitosa non è giustificarsi ma sciogliere l’equivoco alla radice: aiutiamolo a risparmiare. Via le basi, via le batterie di missili che servono la comodità strategica di Washington più che la sicurezza italiana, via il rischio di ritrovarsi automaticamente in guerre altrui, Hormuz, la Groenlandia, quel che verrà, decise altrove e scaricate su di noi col conto già pronto. Non è ostilità verso un alleato, è restituire a entrambi la libertà che a parole reclamano: lui da un’Alleanza che dice di non sentire più sua, noi dalla pretesa di pagare un debito di gratitudine che non finisce mai.

Da Palazzo Chigi, per ora, silenzio, e va bene così: non è necessario rispondere a ogni sfuriata di chi cambia idea sulla Nato a seconda dell’intervista del giorno. L’Italia non deve dimostrare nulla a chi, nello spazio di una stagione, è passato dal minacciare l’uscita dall’Alleanza al pretendere gratitudine eterna per la stessa Alleanza che dice di voler lasciare. Le incoerenze, in questo caso, parlano da sole, e raccontano molto più del cretino d’oltreoceano che le pronuncia che della premier che, almeno per ora, ha scelto il silenzio alla rissa.

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