C’è un video, nemmeno lungo, che da qualche giorno gira nei salotti americani più surriscaldati: una premier italiana che non arretra di un centimetro mentre il padrone della Casa Bianca, in piedi a margine di un tavolo del G7, prova a inscenare l’ennesima recita dell’abbandonato. Lei risponde secca, lui incassa, la telecamera coglie tutto. Bastano poche ore perché il filmato diventi virale, accompagnato da commenti che, a giudicare dalle prime ricostruzioni, non lasciano dubbi sul tono: finalmente qualcuno che gli tiene testa. È bastato questo, a quanto pare, per spingere il presidente più suscettibile della storia recente a vendicarsi nel modo più infantile possibile, raccontando a una televisione amica che la premier lo avrebbe “implorato” per uno scatto fotografico. Una bugia talmente scoperta che nemmeno i suoi alleati più fedeli in Italia hanno provato a difenderla: hanno semplicemente smentito, con quella mistura di stupore e fastidio che si riserva a chi racconta favole già sentite troppe volte.
Fin qui, la cronaca. Il digestivo arriva dopo, quando la cronaca si trasforma, come sempre accade, in pretesto per una lezione di antropologia mediatica applicata. Perché agli osservatori americani, di fronte a una scena del genere, non interessano le sfumature: interessa soltanto la grammatica di un gesto, e quella grammatica per loro ha già un nome scritto da un secolo. Se l’accento è italiano, la parola è fascismo. Se l’accento è tedesco, la parola è nazismo. Non serve sapere altro, non serve conoscere partiti, programmi o percentuali nei sondaggi: basta il suono della lingua e l’inclinazione del mento.
E qui arriva il dettaglio che a Bruxelles farebbe storcere il naso e che invece, per una fetta tutt’altro che marginale di pubblico americano, suona quasi come un complimento: l’etichetta non viene affibbiata per insultare, ma per descrivere con malcelata ammirazione qualcuno che, finalmente, sembra sapere ancora cosa significhi comandare senza chiedere scusa. In un paese dove buona parte del discorso pubblico rimpiange un’autorità perduta, scoprire che dall’altra parte dell’oceano esiste ancora chi alza un dito e non lo abbassa finché non ha finito di parlare non è un campanello d’allarme: è un’attrazione.
Ed è proprio questo a spiegare perché un fotogramma di pochi secondi sia bastato a far saltare i nervi al pitbull. Una donna minuta, fisicamente più piccola del gigante che le sta in piedi a fianco, alza l’indice e lo punta con la stessa angolazione, la stessa cadenza secca, lo stesso strappo finale di voce che l’immaginario collettivo americano associa ai grandi oratori del secolo scorso: il braccio teso dai balconi romani, l’urlo che si arrampica sull’ultima sillaba dai palchi di Norimberga. Non importa cosa stesse dicendo per davvero, e non importa che la frase fosse in italiano: a un orecchio americano, quel dito puntato suona già come un proclama da adunata, un “noi tiriamo dritti, anzi drittissimo” gridato con la stessa fermezza con cui altri, ottant’anni prima, annunciavano il destino della patria dal balcone più famoso di Roma.
Forse, a monte di tutto, c’è anche un piccolo errore di calcolo che ha persino una sua ironia fonetica. Il presidente si era convinto di avere di fronte una bambolina con un nome che suona quasi come quello di casa sua, una vocale di differenza e la stessa aria da soprammobile elegante, buona per la foto ufficiale e il sorriso che non risponde. Ha scambiato l’assonanza per garanzia di carattere, come se portare un nome così simile comportasse automaticamente lo stesso copione: stare al posto assegnato, sorridere alla telecamera giusta, non alzare mai la voce. Si è accorto solo troppo tardi che tra i due nomi cambia una sillaba, e cambia soprattutto tutto il resto.
Resta l’ironia più gustosa, quella che nessun comunicato ufficiale potrà mai ammettere: il presidente americano, che si vanta di non temere nessuno, è stato punto sul vivo non da un missile, non da una sanzione, ma da un dito puntato e da una voce che non ha tremato. Il pitbull, a quanto pare, soffre il barboncino. E se agli americani basta un gesto per evocare ottant’anni di storia europea, forse il problema non è quanto somigli l’Europa al proprio passato, ma quanto poco gli Stati Uniti riconoscano l’autorità quando non la vedono vestita da uniforme.
Ma per favore … io sono ma finiamola con questa postura ma chi è?