C’è una linea che attraversa il Novecento italiano e che oggi quasi nessuno osa nominare ad alta voce, non perché sia falsa ma perché è scomoda: la linea che congiunge due uomini chiamati a battesimo con nomi che il loro stesso paese ha poi imparato a pronunciare come bestemmie. Benito e Bettino. Due diminutivi affettuosi diventati sinonimi di vergogna nazionale, due biografie che la memoria pubblica ha sigillato nella stessa teca della damnatio, e che proprio per questo meritano di essere guardate insieme, fuori dal riflesso condizionato che impone di voltarsi dall’altra parte.
Non è una questione di simmetria ideologica, e sarebbe rozzo costruirla così. Il primo edificò un regime, soppresse le libertà, condusse l’Italia dentro una guerra di sterminio e finì appeso per i piedi a un distributore di benzina. Il secondo guidò un partito socialista, governò una stagione di modernizzazione e di arroganza, e morì latitante in una villa tunisina con addosso il marchio della corruzione eretta a sistema. Distanze enormi, colpe incommensurabili. Eppure entrambi condividono una cosa che la retorica corrente preferisce ignorare: incarnarono, ciascuno nella propria epoca, la versione italiana del potere personale, carismatico, insofferente alle mediazioni, che sfida il sistema fino a diventare esso stesso sistema, e che proprio per questo viene poi espulso con una violenza simbolica sproporzionata, come se cacciando l’uomo si potesse esorcizzare ciò che di noi quell’uomo aveva rappresentato.
Qui sta il nodo che il frammento iniziale coglieva con istinto giusto. La rimozione di queste due figure non è soltanto morale, è genealogica. L’Italia repubblicana nata dalle ceneri del fascismo non discende dall’antifascismo come da una creazione dal nulla: discende dal fascismo che ha attraversato, dalle competenze amministrative ereditate, dagli uomini che cambiarono casacca senza cambiare scrivania, dalle strutture dello Stato che il regime aveva costruito e che la Repubblica si guardò bene dal demolire. E l’Italia della Seconda Repubblica, quella che processò Craxi e ne fece il capro espiatorio di un sistema di finanziamento illecito che coinvolgeva pressoché tutti, non nacque dalla purezza dei suoi accusatori: nacque dalla stessa palude che fingeva di prosciugare, e ne conservò gusti, metodi, vizi, trasferendoli soltanto a nuovi proprietari.
È questo il senso più vero dell’intuizione: chi rinnega viene da lì esattamente come chi difende. Anzi, per primi vengono da lì proprio i rinnegatori, perché il rinnegamento è la forma più sofisticata di appartenenza. Si nega con tanta veemenza solo ciò che si riconosce intimamente come proprio. L’antifascismo professionale che oggi si esibisce nelle dichiarazioni rituali, nelle abiure pretese come lasciapassare culturale, tradisce esattamente questa origine rimossa: ha bisogno del fascista perenne, evocato e perennemente sconfitto, perché senza quel fantasma non saprebbe più chi è. E lo stesso vale per il moralismo che seppellì la Prima Repubblica brandendo manette come stendardi: aveva bisogno del corrotto da impiccare in piazza per non riconoscere il proprio volto nello specchio del finanziamento occulto.
Lo storico onesto non assolve e non condanna in blocco: distingue, pesa, contestualizza. Ma su una cosa non può transigere, ed è il rifiuto della mitologia delle origini immacolate. Nessuna nazione nasce due volte dal nulla, redenta e ripulita, con i buoni da una parte e i cattivi confinati in un passato che non ci appartiene più. Le nazioni sono fiumi, non sorgenti: portano a valle tutto ciò che hanno raccolto a monte, il limo e l’oro insieme. Benito e Bettino erano italiani, profondamente, sino al midollo, e l’Italia che li ha prodotti, esaltati, seguiti e poi ripudiati è la stessa Italia che oggi si specchia e finge di non riconoscersi. Non per riabilitarli si scrive questo, ma per una ragione più severa: perché un popolo che non sa di venire anche da lì è un popolo condannato a non capire mai del tutto chi è, e dunque a ripetere, con nomi nuovi e diminutivi ancora da inventare, la stessa identica liturgia del potere amato e poi crocifisso.