Esiste una certa eleganza paradossale nel difendere una limitazione richiamando proprio il testo che a quella limitazione fornisce gli argomenti contrari. La Costituzione, si è ricordato in questi giorni replicando alle critiche della Presidente del Consiglio, ha radici antifasciste. È vero, ed è incontestabile: la Dodicesima disposizione transitoria e finale vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista, e nessuno con un minimo di onestà intellettuale può sostenere il contrario. Solo che da questa premessa, sacrosanta, non discende affatto la conclusione che le si vorrebbe far reggere.
Perché la stessa Carta che reca quei valori contiene anche l’articolo 21, il quale stabilisce che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o a censure, con una nettezza che mal si presta alle interpretazioni di convenienza. E contiene l’articolo 33, che sancisce la libertà dell’arte e della scienza. La Costituzione, insomma, è antifascista nei principi e insieme garantista nei meccanismi: tutela la libera manifestazione del pensiero anche di chi quei principi non li ama, perché un ordinamento liberale si misura proprio dalla protezione che accorda alle voci sgradite. Citarne una metà ignorando l’altra è una vecchia tecnica retorica, comoda e fragile come un castello di carte.
Conviene però intendersi su cosa stiamo discutendo, perché qui si annida l’equivoco più diffuso. La clausola che ha acceso la polemica non è un atto dello Stato, non è una legge, non è un patentino imposto dall’autorità pubblica. È una condizione di partecipazione introdotta da un’associazione privata di categoria per la propria manifestazione fieristica. E un soggetto privato, in linea di principio, è libero di stabilire i criteri di adesione ai propri eventi: non è lo Stato che censura, e parlare di censura in senso costituzionale stretto significa allargare la categoria fino a svuotarla.
Il punto vero, semmai, è un altro, e si chiama articolo 3. Perché quella manifestazione non vive d’aria: beneficia di contributi pubblici, di patrocini istituzionali, di fondi che provengono dalle tasche di tutti, comprese quelle di chi la pensa diversamente. E nel momento in cui si accetta il denaro della collettività, scatta un vincolo che ai privati puri non si applica: il dovere di non discriminare in base all’opinione politica. Chi riceve risorse pubbliche per promuovere il libro e la lettura non può poi selezionare gli ammessi secondo un test ideologico, perché quelle risorse appartengono anche a chi quel test non lo passerebbe. È qui che la questione diventa seria, e curiosamente è proprio il terreno che chi ha invocato la Costituzione ha preferito non toccare.
Resta l’impressione, alla fine, di un dibattito condotto a colpi di citazioni dimezzate, dove ciascuno prende della Carta la frase che conforta e archivia quella che imbarazza. La Costituzione, questa sconosciuta: la si giura, la si brandisce, la si invoca nei comizi, ma la si legge con la stessa attenzione con cui si scorrono le condizioni d’uso prima di cliccare «accetto».