Il segnale più affidabile che a un esercito stanno finendo gli uomini non si trova nei bollettini dei caduti — che Mosca, peraltro, si guarda bene dal pubblicare — ma nel cartellino del prezzo appeso a chi è ancora disposto ad arruolarsi. E quel cartellino non è mai stato così alto. A marzo di quest’anno il premio medio versato a un russo che firmava il contratto con l’esercito ha toccato il record assoluto di circa un milione e mezzo di rubli, oltre quindicimila euro, una cifra che in molte regioni povere della Federazione vale diversi anni di stipendio. Il bonus federale di base è stato raddoppiato a quattrocentomila rubli, e sopra ci si accatastano gli incentivi regionali, fino a punte di parecchie volte tanto. Sommando tutto, il Cremlino brucia qualcosa come due miliardi di rubli al giorno — una ventina di milioni di dollari — soltanto per convincere la gente a presentarsi.
Si paga di più quando il prodotto non si vende. È la legge più elementare di qualunque mercato, e vale anche per quello della carne da cannone. Perché il dato che il potere russo vorrebbe seppellire sotto questi premi da capogiro è esattamente l’opposto dell’entusiasmo patriottico di facciata: nei primi tre mesi del 2026 i nuovi contratti sono stati poco più di settantamila, il numero più basso per quel periodo da tre anni a questa parte, in calo di un quinto rispetto all’anno prima. Più sale il prezzo, meno gente firma. È la firma di un’offerta che sta evaporando.
Qui conviene essere precisi, perché la propaganda — in entrambe le direzioni — campa di imprecisione. Non è che la Russia abbia letteralmente esaurito i maschi in età da combattimento: ne ha ancora, sulla carta, in abbondanza. È che non riesce più a portarli al fronte al prezzo che può permettersi. Trentamila reclute al mese, il ritmo attuale, bastano appena a tappare i buchi lasciati da morti e feriti: sufficienti a non arretrare, del tutto insufficienti a sfondare. Chi segue i bilanci russi calcola che per una vera offensiva vincente nel 2026 servirebbero almeno quarantacinquemila uomini al mese. Il reclutamento, invece, va nella direzione opposta. Si corre per restare fermi, e si paga sempre di più per correre.
Da qui le acrobazie sempre più disperate. Le regioni che a fine 2025 avevano tagliato i bonus per far quadrare i conti hanno dovuto reintrodurli pochi mesi dopo, gonfiati, spacciandoli per slancio patriottico. Le quote di arruolamento vengono ormai assegnate amministrativamente territorio per territorio, comprese — con un certo sprezzo del ridicolo giuridico — le zone occupate dell’Ucraina: tot reclute dalla Crimea, tot da Sebastopoli, tot dalle aree annesse di Zaporizhzhia e Kherson. Si arruolano cittadini ucraini per combattere l’Ucraina, perché i russi cominciano a non bastare. E intanto il muro di droni ucraino trita metodicamente i rinforzi comprati a peso d’oro, spesso prima ancora che arrivino in trincea.
È a questo punto che il milione e mezzo di morti del titolo smette di essere uno slogan e diventa il convitato di pietra. Perché questa emorragia non parte da un Paese in salute. Parte da una nazione che la pandemia aveva già falcidiato in silenzio: dietro i quattrocentomila decessi dichiarati ufficialmente per Covid, le stime indipendenti sulla mortalità in eccesso ne contano oltre un milione, tra i tassi più alti del pianeta. Aggiungete le centinaia di migliaia di caduti accertati al fronte — trecentocinquantamila secondo le ricostruzioni più solide — e si capisce perché ogni nuova recluta vale, demograficamente, sempre di più. La Russia perdeva popolazione già da prima della guerra; la guerra ha solo trasformato un declino lento in dissanguamento.
Si dirà: ma trentamila al mese il buco lo coprono ancora, la linea regge. È vero, e qui sta esattamente la trappola. Coprire le perdite non è vincere: è restare in piedi pagando un prezzo crescente per un risultato fermo. Una guerra di logoramento la vince chi può logorarsi più a lungo, e il fianco scoperto del Cremlino non è il coraggio dei suoi soldati, ma l’aritmetica. I rubli si possono stampare all’infinito. Gli uomini, no.
Quanto vale una vita russa per chi governa la Russia? Il listino è pubblico: circa un milione e mezzo di rubli a marzo, e in salita. È il prezzo della disperazione, scritto in chiaro nei bilanci dello Stato.