Vincenzo De Luca ha dichiarato guerra alle marmitte sfondate e alla musica sparata a tutto volume nei quartieri. Lo ha fatto con il suo stile consueto, diretto, senza perifrasi, con quella vena di insofferenza che non si preoccupa di sembrare elegante. «Cafoni zero», ha detto. Ed è bastato per capire perché sia l’unico politico di sinistra che ancora qualcuno ascolta davvero.
Il centrosinistra italiano ha passato vent’anni a inseguire l’elettorato con il linguaggio delle slide aziendali, delle transizioni giuste e delle comunità inclusive. De Luca ha fatto l’opposto: ha parlato come parla chi torna a casa dal lavoro e trova il vicino con lo stereo a palla alle undici di sera. Non è populismo. È semplicemente italiano.
Il paradosso è che le città governate dalla sinistra sono diventate il regno incontrastato della movida. Nelle strade dei quartieri popolari, dei centri storici trasformati in luna park notturni, i cittadini normali, quelli che lavorano, che hanno figli, che devono alzarsi la mattina, non riescono a chiudere occhio. Subiscono. Subiscono perché protestare significa passare per reazionari, per nemici della gioia di vivere, per guastafeste. Nel frattempo i loro amministratori dormono sonni tranquilli nelle ville di collina, dove non vola una mosca e l’unico rumore ammesso è il silenzio soddisfatto di chi fa il proprio turno a bridge.
E il partito, puntualmente, non ha perdonato a De Luca di aver detto l’ovvio. Perché un dirigente che parla come parla la gente, che non filtra ogni frase attraverso la compatibilità con la linea, che si permette il lusso dell’ironia feroce, è un dirigente difficile da governare. Meglio i profili rassicuranti, le facce nuove senza storia, i curricula impeccabili e le idee tiepide. Meglio, in una parola, l’irrilevanza presentabile.
De Luca è stato messo nell’angolo non perché abbia sbagliato. È stato messo nell’angolo perché aveva ragione, e lo diceva nel modo sbagliato, cioè in modo che la gente capisse.