Una ragazza di ventun anni è morta sabato mattina in Brasile, lanciata da un ponte alto una quarantina di metri durante un salto di rope jump: gli operatori dell’attività avevano dimenticato di agganciare la corda di sicurezza. È una tragedia atroce, di quelle che non avevano bisogno di accadere. Ed è anche, va detto subito, un fatto di cronaca locale avvenuto nell’entroterra di San Paolo, a diecimila chilometri da qui, senza vittime italiane, senza alcun nesso con la vita di chi legge i giornali in Italia. Eppure in poche ore la notizia era ovunque: sulle home page dei principali quotidiani nazionali, sui siti di informazione, nelle agenzie. La domanda che nessuna di quelle testate si è posta è la più semplice: perché?
La risposta, scomoda, sta in tre lettere maiuscole che campeggiano in diversi di quei titoli: il video. Esiste un filmato che riprende l’intera sequenza, dal lancio alla caduta. È quello, e soltanto quello, ad aver trasformato una disgrazia provinciale brasiliana in evento mediatico globale. Senza quelle immagini la notizia non avrebbe varcato i confini dello Stato di San Paolo; con quelle immagini diventa materiale perfetto per la home page, perché c’è una verità che le redazioni conoscono benissimo e non confessano mai: la curiosità morbosa genera clic, e i clic generano denaro.
È il motivo per cui la parola “video” finisce nel titolo, spesso in stampatello, come un richiamo luminoso all’ingresso di una giostra. Non descrive il fatto: promette uno spettacolo. Promette che, cliccando, si potrà vedere. Vedere cosa, esattamente? Gli ultimi istanti di vita di una ragazza che credeva di provare un brivido e invece stava morendo. La sua morte, ridotta a contenuto, impacchettata e distribuita per qualche frazione di centesimo di introito pubblicitario per visualizzazione.
C’è un dettaglio, in questa vicenda italiana, che la racconta meglio di qualsiasi analisi. Su almeno una grande testata nazionale la notizia — una morte per incidente in un’attività sportiva estrema — è finita archiviata sotto la categoria “Politica”. Non c’è niente di politico in un salto nel vuoto a Limeira. Quella collocazione assurda non è il frutto di una valutazione editoriale: è il segno che, nella catena di montaggio che sforna decine di pezzi all’ora, nessuno si è davvero fermato a pensare cosa fosse quella notizia. Conta solo che porti traffico. La categoria è un’etichetta buttata lì di fretta, perché ciò che importa è che il pezzo sia online, col suo bravo video, prima dei concorrenti.
E qui sta il rovesciamento grottesco. La storia di Limeira è, nella sostanza, la storia di una catena di controlli che ha fallito: degli operatori che, per routine svogliata, hanno saltato l’unico gesto che non andava saltato, l’aggancio di una fune. Una negligenza che ha ucciso. Ma lo stesso meccanismo — la routine che svuota di senso ogni gesto, l’automatismo che sostituisce il pensiero — è esattamente quello che porta una redazione a mettere in vetrina la morte di una sconosciuta e a catalogarla sotto la voce sbagliata senza nemmeno accorgersene. Da una parte chi dimentica di legare una persona alla vita; dall’altra chi dimentica che quella persona era una vita, e non un pacchetto di clic.
Non si vuole qui dare lezioni di morale a nessuno, né fingere che il pubblico non abbia la sua parte: quei video si diffondono perché vengono guardati, e vengono guardati perché in fondo a ciascuno di noi vive una scintilla di quella curiosità poco nobile. Ma una cosa è la debolezza del singolo, altra cosa è un sistema dell’informazione che su quella debolezza ha costruito un modello di business, e che la alimenta con metodo spacciandola per cronaca. La ragazza di Limeira meritava, al massimo, una riga di cordoglio. Ha avuto invece le prime pagine, perché la sua morte era filmata. E una morte filmata, oggi, vale più di una notizia.