Esiste una tecnica narrativa che non falsifica mai i fatti ma falsifica sistematicamente la realtà. Il meccanismo è semplice: si sceglie con cura chi compie l’azione e chi la subisce, e il lettore distratto — che è poi la maggioranza dei lettori — assorbe la gerarchia dei ruoli senza accorgersene. Un quotidiano nazionale ne ha offerto oggi un esempio da manuale, e vale la pena smontarlo pezzo per pezzo, perché è istruttivo proprio nella sua eleganza.
L’articolo si apre così: alle 8.36 di domenica mattina la presidente del Consiglio “sceglie la sua battaglia”, e il suo “bersaglio” è la fiera della piccola e media editoria, colpita attraverso lo “strumento” di un post sui social. Tre parole in fila — battaglia, bersaglio, strumento — e il quadro è dipinto: c’è un aggressore che parte alla carica e c’è una vittima inerme che subisce. La presidente del Consiglio è il soggetto attivo, la fiera l’oggetto passivo di un’iniziativa unilaterale calata dall’alto in una sonnolenta domenica di giugno.
C’è solo un dettaglio. È esattamente il contrario.
La fiera, infatti, aveva deciso di introdurre per la prossima edizione l’obbligo, per le case editrici espositrici, di sottoscrivere una dichiarazione antifascista: senza quella firma, il sistema informatico blocca l’iscrizione. È stata dunque la fiera ad agire per prima, modificando le regole d’accesso rispetto agli anni passati. Chiunque commenti quella scelta — la presidente del Consiglio compresa — non sta scegliendo nessuna battaglia: sta reagendo a una battaglia che qualcun altro ha già scelto. Il soggetto attivo della storia è chi ha cambiato le regole, non chi le ha criticate.
Lo stesso articolo, peraltro, fornisce la prova del proprio capovolgimento. Bisogna però arrivare in fondo, al paragrafo discretamente intitolato al “precedente” della casa editrice di destra, per scoprire che l’edizione passata era già stata “infiammata” dalle polemiche e che la nuova selettività nasce da lì. La causa, insomma, c’è tutta: è solo stata spostata in coda, dopo che il lettore ha già metabolizzato l’immagine della premier che sceglie un bersaglio per noia domenicale. Prima l’effetto presentato come gesto arbitrario, poi — molto dopo — la causa relegata a contesto secondario. È il montaggio cinematografico applicato alla cronaca: l’ordine in cui mostri le scene decide chi è il colpevole, anche se ogni singola scena è vera.
Non si tratta di difendere questo o quel personaggio politico. Si tratta di un principio che dovrebbe valere a prescindere da chi sta a Palazzo Chigi: la manipolazione della causalità è la forma più raffinata di disinformazione proprio perché non lascia appigli. Non c’è una notizia falsa da smentire, non c’è una virgola fuori posto su cui appendere una querela. C’è solo una sapiente distribuzione delle parti — chi attacca, chi si difende, chi parte all’assalto e chi subisce — che orienta il giudizio del lettore prima ancora che lui abbia finito di leggere. Si chiama, banalmente, propaganda. E si fa senza mentire: che è poi il modo in cui la si fa meglio.