Se la fiera vive di denaro pubblico, l’articolo 3 della Costituzione non è un optional.
C’è un modo molto semplice per uscire dal pantano in cui si è cacciata l’Associazione Italiana Editori con la sua dichiarazione di antifascismo obbligatoria, e non passa dalla domanda — irrisolvibile — su chi sia fascista e chi no. Passa da una domanda molto più terrena: chi paga?
Perché la fiera “Più libri più liberi” non è una cena tra amici a casa di qualcuno, dove il padrone di casa decide chi invitare e chi lasciare sullo zerbino. È una manifestazione che si svolge alla Nuvola dell’EUR, struttura di proprietà di una società a partecipazione pubblica, e che beneficia tradizionalmente di contributi, patrocini e sostegni istituzionali di varia natura. Tradotto: ci sono dentro soldi che non appartengono all’associazione, ma a tutti. Anche a quell’editore che, rifiutandosi di firmare la dichiarazione, verrebbe lasciato fuori dalla porta.
E qui scatta un principio che non ha nulla di opinabile, perché sta scritto in cima alla Costituzione. L’articolo 3 stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di opinioni politiche. Non è una clausola decorativa: è il cuore del patto repubblicano. E ne discende una regola che la giurisprudenza ha ribadito infinite volte: chi gestisce risorse pubbliche, o se ne avvale, non può usarle per premiare le opinioni gradite e punire quelle sgradite. Lo Stato non può fare direttamente questa selezione, e non può nemmeno farla fare a un soggetto privato finanziandolo. Sarebbe come aggirare la Costituzione passando dalla porta di servizio.
A questo si aggiunge l’articolo 41, che garantisce la libertà di iniziativa economica. La fiera è, a tutti gli effetti, un mercato: gli editori vi partecipano per vendere, per farsi conoscere, per fare il proprio mestiere. Escludere un operatore economico da un mercato che vive anche di denaro pubblico, sulla base non di ciò che fa ma di ciò che dichiara di pensare, è una discriminazione che con la qualità dei libri non c’entra nulla.
Da qui il dilemma, pulito come un teorema. Delle due l’una. O la AIE rinuncia alla dichiarazione ideologica e torna a selezionare gli espositori per quello che pubblicano e per il rispetto della legge — come è sempre stato, e come dovrebbe essere. Oppure, se proprio vuole trasformare la fiera in un club privato dove si entra solo esibendo la tessera del pensiero corretto, allora che ne tragga le conseguenze: rinunci a ogni contributo pubblico, a ogni patrocinio istituzionale, e si paghi la Nuvola di tasca propria. Un club privato ha tutto il diritto di scegliere i suoi soci. Ma allora lo faccia con i propri soldi, non con quelli del contribuente che la pensa diversamente e che, paradossalmente, sta finanziando la propria esclusione.
Non si può avere entrambe le cose. Non si può incassare il denaro di tutti e poi selezionare gli ammessi secondo il gusto politico di qualcuno. Questo, in Italia, ha un nome tecnico ed è precisamente ciò che la Costituzione vieta a chi maneggia risorse collettive.
Viene perciò spontaneo rivolgere all’associazione un invito tanto cortese quanto netto: se la dichiarazione di antifascismo è una questione di principio irrinunciabile, la si difenda fino in fondo, con coerenza, restituendo i soldi pubblici e rivendicando la natura privata della manifestazione. Se invece i soldi pubblici si preferisce tenerli — e si capisce che si preferisca — allora la dichiarazione va ritirata, perché con quei soldi è semplicemente incompatibile.
La cultura, quella vera, non si è mai costruita chiedendo agli autori e agli editori di esibire un certificato di buona condotta ideologica. Si è costruita lasciandoli liberi. E la libertà, va ricordato a chi sembra averlo dimenticato, costa molto meno di venti milioni di euro di sanzione: costa soltanto il coraggio di non avere paura delle idee altrui.