Covid, cinque anni dopo: quei conti che non tornano

C’è una regola tacita della statistica che vale anche per le pandemie: più tempo passa da un evento, più i suoi contorni dovrebbero farsi nitidi. Gli archivi si aprono, i registri si consolidano, i numeri provvisori cedono il posto a quelli definitivi. Con il Covid è successo l’esatto contrario. A cinque anni di distanza, l’unica certezza che si è andata rafforzando è che non sapremo mai quante persone abbia ucciso davvero. E questa, a ben vedere, è una notizia in sé.

Il dato ufficiale parla di poco più di sette milioni di morti accertati in tutto il mondo. Una cifra che ha sempre avuto l’aria di un compromesso burocratico più che di una verità. Per misurare l’impatto reale di una pandemia, infatti, gli statistici non si affidano ai certificati di morte, che dipendono dalla capacità — e dalla volontà — di un sistema sanitario di diagnosticare e registrare. Si affidano all’eccesso di mortalità: la differenza fredda e impersonale tra i morti effettivamente contati e quelli che ci si sarebbe attesi in un mondo senza virus. È un metodo che non chiede il permesso a nessuno e non si fa intenerire dalle narrazioni di Stato. Conta le bare, non le diagnosi.

Applicando questo metro, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato per il solo biennio 2020-2021 un eccesso di mortalità globale nell’ordine dei quindici milioni di persone, quasi il triplo dei decessi ufficialmente attribuiti al Covid nello stesso periodo. Già questo basterebbe a far capire di quanto la contabilità pubblica abbia mancato il bersaglio. Ma il punto interessante è che quella stima, per quanto enorme, è quasi certamente un pavimento e non un soffitto. È costruita sui dati disponibili fino al 2021, il che significa che si ferma sulla soglia di una delle ondate più colossali dell’intera vicenda, senza mai varcarla.

Quella soglia ha un nome geografico preciso. Alla fine del 2022 il paese che aveva inventato la quarantena assoluta — città murate, saldature alle porte, droni che intimavano ai cittadini di rientrare — abbandonò di colpo la sua politica di contenimento totale. Un miliardo e quattrocento milioni di persone, in larga parte mai esposte al virus e protette da vaccini meno efficaci di quelli a tecnologia genetica, si ritrovarono esposte tutte insieme nel giro di poche settimane. Il risultato di quella combinazione lo si poteva prevedere senza essere epidemiologi. Il governo, dal canto suo, per quasi tre anni aveva ammesso poco più di cinquemila vittime in tutto, e davanti alla catastrofe della riapertura concesse a malincuore una manciata di decine di migliaia di decessi ospedalieri. Per dare la misura del grottesco: cifre che diverse città italiane di medie dimensioni hanno superato da sole.

Le stime indipendenti, costrette a lavorare per via indiretta perché i registri ufficiali tacevano, raccontarono un’altra storia. Modelli matematici costruiti sui necrologi delle università, immagini satellitari dei crematori che lavoravano senza sosta, code agli obitori, testimonianze raccolte nelle pieghe della censura: gli studi accademici sottoposti a revisione convergono nel calcolare che la sola ondata di dicembre e gennaio abbia ucciso tra uno e quasi due milioni di persone in poche settimane. Si può discutere su quale di quelle stime sia la più vicina al vero, e nessuna lo sarà mai del tutto. Ma l’ordine di grandezza, i milioni, ormai lo nega soltanto chi ha interesse a negarlo.

Per capire quanto quella contabilità sia un’offesa all’aritmetica basta affiancarle due paesi che avevano ogni ragione per minimizzare e che pure non sono riusciti a farlo. Gli Stati Uniti, dove un’ampia fetta dell’opinione pubblica ha trattato il virus come una fastidiosa fandonia — non per ragionamento, ma per quella miscela tutta loro di ignoranza e di convenienza — e dove un sistema sanitario fondato sull’assicurazione privata rendeva il semplice curarsi un azzardo finanziario, al punto che nei primi mesi mancavano persino le mascherine, hanno comunque contato oltre un milione di morti ufficiali. La Russia, che certo non passa per un faro di trasparenza e che amministra steppe sterminate dove un decesso può svanire senza che nessun registro se ne accorga, ha ammesso attraverso la propria agenzia statistica un eccesso di mortalità vicino al milione. Due nazioni con ogni interesse a tenere bassa la cifra, e ciascuna è atterrata sul milione. Di fronte a questo, un colosso da un miliardo e quattrocento milioni di abitanti che ne ammette appena qualche migliaio non sta sottostimando: sta mentendo, e lo fa senza nemmeno preoccuparsi di renderlo plausibile.

E il caso emblematico non è un’eccezione, è un campione. Dove la sorveglianza sanitaria era debole, dove gli ospedali registravano a malapena i ricoveri, dove un decesso in un villaggio non lasciava traccia in nessun database, la pandemia è passata in silenzio statistico. Vaste aree del subcontinente indiano e del continente africano hanno restituito numeri ufficiali che chiunque conosca quei territori sa essere finzioni cortesi. Sommando le sottostime deliberate, quelle dovute all’incapacità materiale di contare e quelle prodotte dai sistemi sanitari semplicemente collassati — perché si muore di Covid, ma si muore anche perché l’ospedale che avrebbe curato l’infarto era pieno di malati di Covid — il quadro che emerge è quello di una mortalità reale che il numero ufficiale non sfiora nemmeno.

Resta, a margine, la questione di dove tutto questo sia cominciato. Qui la prudenza è d’obbligo, perché la materia è diventata terreno di scontro ideologico più che di indagine. Le due ipotesi — il salto naturale da animale a uomo attraverso un ospite intermedio, e l’incidente di laboratorio in una città che ospitava uno dei principali centri di studio sui coronavirus dei pipistrelli — restano entrambe in piedi, e nessuna delle due dispone della prova che chiuda la partita. Alcune agenzie d’intelligence propendono per l’una, altre per l’altra, e quasi tutte lo fanno dichiarando un livello di fiducia imbarazzantemente basso. Chi vi spaccia l’una o l’altra come certezza acquisita vi sta vendendo una convinzione, non un fatto. La verità onesta, quella che non fa titolo, è che ancora non lo sappiamo.

Cinque anni dopo, dunque, il bilancio è questo: un numero ufficiale che nessuno crede, una stima onesta che è dichiaratamente incompleta, e un’origine che resta sospesa tra due ipotesi. L’amnesia non è un incidente di percorso, è il risultato di una scelta diffusa di non voler sapere. Perché contare i morti con precisione significherebbe rispondere a domande scomode su chi avrebbe potuto evitarne una parte, e quando. Molto più comodo lasciare che la cifra resti vaga, sfumata, eternamente provvisoria. I conti non tornano, e il sospetto è che non debbano tornare affatto.

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