La fesseria sulla povertà di Belfast

Un uomo viene accoltellato in strada da un sudanese, nel tentativo di decapitarlo. L’aggressore è un richiedente asilo sudanese. La vittima è un radiologo del servizio sanitario pubblico, uno che il sistema lo teneva in piedi con le proprie mani. Il video gira sui social, Belfast brucia per due notti consecutive, sessantadue interventi dei vigili del fuoco, autobus in fiamme, famiglie straniere cacciate dalle case, cannoni ad acqua della polizia su Newtownabbey. E puntualmente, come sempre, arriva la spiegazione.

La povertà. L’emarginazione. Le periferie dimenticate. Le disuguaglianze strutturali. La mancanza di prospettive.

Questa è la fesseria di cui voglio parlare.

Non perché la povertà non esista, o perché le periferie non siano luoghi difficili. Esistono, lo sono, e chi le abita conosce una durezza quotidiana che chi scrive gli editoriali raramente ha mai toccato con mano. Ma la povertà, nel dibattito pubblico europeo, non viene usata per capire. Viene usata per sviare. È un arnese retorico, non uno strumento di analisi. E a Belfast, come sempre, ha svolto egregiamente il suo compito: spostare l’attenzione dal problema al contorno, dal fatto alla sua interpretazione ideologicamente corretta.

Il meccanismo è semplice e collaudato. Quando un giovane delle banlieue brucia una macchina, la povertà spiega tutto. Quando un richiedente asilo accoltella qualcuno, la povertà spiega il fallimento delle politiche di integrazione, la disperazione dei migranti, le ingiustizie globali che li hanno costretti a fuggire. Ma quando i residenti di quei quartieri — poveri anche loro, spesso poverissimi, con le stesse periferie sulle spalle — reagiscono e bruciano a loro volta, la povertà evapora dall’analisi. Scompare. Al suo posto compare una sola parola: fascismo.

Questo non è un errore. È una scelta.

Ma c’è un secondo problema con la narrativa della povertà, ed è geografico. Questi episodi non accadono solo nelle periferie degradate, nelle zone dimenticate, nei quartieri che nessun politico visita se non in campagna elettorale. Accadono ovunque. Il centro di Modena può essere preso a modello per ordine, pulizia e civiltà urbana: Modena non è né povera né malfamata, eppure nemmeno lì si è rimasti indenni. A Torino episodi analoghi si sono verificati in zone centralissime, ben lontane da qualsiasi periferia immaginaria. Milano stessa, Roma, Londra: stessa musica, stesso copione, contesti del tutto diversi. Quando la geografia non torna, la teoria dovrebbe essere rivista. Invece si insiste, perché abbandonare la teoria significherebbe dover rispondere di qualcos’altro.

Da trent’anni la sinistra occidentale ha costruito una gerarchia morale delle vittime in cui certe sofferenze contano e certe altre vanno zittite. Chi protesta contro l’immigrazione incontrollata è razzista per definizione, indipendentemente da cosa abbia visto nel proprio quartiere, da quante volte sia stato ignorato, da quante promesse si siano dissolte nell’aria. Il risultato è che milioni di persone hanno smesso di fidarsi di chi li governa e di chi li informa, non perché siano stati sobillati dall’estrema destra, ma perché hanno occhi e memoria.

E poi c’è la storia, che è una maestra scomoda. L’Italia del dopoguerra ha conosciuto una povertà vera, non quella da sussidio o da smartphone rotto: fame reale, miseria materiale, famiglie intere che non sapevano cosa avrebbero mangiato l’indomani. Il Meridione distrutto, il Nord smantellato dalla guerra, milioni di persone senza lavoro, senza casa, senza prospettive. Eppure in quegli anni di disagio autentico e profondo non si ha memoria di decapitazioni tentate in pubblica piazza, di pogrom nei quartieri, di famiglie cacciate dalle abitazioni a fuoco. La povertà c’era, eccome. Evidentemente non bastava a spiegare tutto allora. Non basta a spiegare tutto adesso.

Belfast è una città che la guerra civile la conosce davvero, non come metafora. Ha cicatrici vere, muri veri, generazioni cresciute con la violenza settaria come sfondo ordinario della vita. Eppure anche lì, anche con quella storia addosso, la rabbia è esplosa in modo incontrollato e autodistruttivo. Il che dovrebbe far riflettere, non sul fascismo delle periferie, ma sulla distanza ormai siderale tra chi prende le decisioni e chi ne subisce le conseguenze.

Cacciare famiglie dalle case è un crimine, incendiare autobus è un crimine, e niente di quello che è accaduto a Belfast nelle ultime notti può essere giustificato. Ma una classe dirigente che avesse fatto il proprio lavoro — selezionare gli ingressi, integrare chi resta, espellere chi delinque, ascoltare chi segnala il problema prima che diventi emergenza — avrebbe tolto ossigeno a quella rabbia anni fa, quando era ancora gestibile. Invece si è scelto il rinvio, l’etichetta, il silenzio.

La fesseria della povertà serve esattamente a questo: a non dover rispondere di quella scelta.

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