Noi e loro

Alex McIlveen non aveva una scorta. Luca Signorelli neanche. I tre passanti di Belfast che si sono messi tra un quarantenne e chi lo stava massacrando con un coltello su Kinnaird Avenue non avevano un ufficio stampa, non avevano un cachet, non avevano un green room dove aspettare che qualcuno li annunciasse al pubblico. Erano lì perché vivono lì. Perché il mondo reale non si sceglie, si abita.

Esiste però un altro mondo, parallelo e impermeabile, dove si riflette sulla realtà con la tranquillità di chi non la frequenta. È il mondo dei grandi palchi, delle lectio magistralis, dei festival della mente e delle coscienze, dei salotti televisivi dove si arriva — e si va via — con la scorta. Massimi, Paolini, Augias, Ambra, Giannini, Barbero, Odifreddi, Travaglio: nomi diversi, liturgia identica. Il soliloquio. La frase calibrata per l’applauso. La complessità del reale ridotta a una battuta brillante davanti a una platea che annuisce, già convinta prima di entrare.

Intendiamoci: non è un crimine essere colti, non è un crimine avere un pubblico, non è un crimine guadagnarsi da vivere con le idee. Il crimine — se vogliamo chiamarlo così — è il tono. Quel tono da supplente del mondo con cui ci si rivolge alla gente comune, quella che non ha letto i libri giusti, non ha frequentato le università giuste, non ha le frequentazioni giuste. Quella gente che però, quando arriva il momento, è sempre l’unica presente.

Nessuno dei nomi citati era su Kinnaird Avenue martedì sera. Nessuno era in via Emilia Centro quando l’auto è piombata sui pedoni. Nessuno era all’aeroporto di Glasgow nel 2007 quando la Jeep ha sfondato le porte del terminal. Non è una colpa — non si può essere ovunque. È però un dato. Il presidio reale della civiltà, nei momenti in cui la civiltà viene aggredita fisicamente, lo fanno le persone di cui questi signori si occupano nel tempo libero: il tassista, l’operaio edile, il padre e il figlio che passavano per caso, il tipo con la mazza da hurling.

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel fatto che la risposta alla violenza di strada venga sistematicamente da chi non ha voce nei dibattiti pubblici. Non perché la gente comune sia più coraggiosa per natura — il coraggio non è una questione di classe sociale. Ma perché è esposta. Perché vive dove vivono tutti, prende gli stessi autobus, attraversa gli stessi quartieri, e sa che nessuna scorta passerà a prenderla se le cose si mettono male.

Intanto dai palchi si continua a spiegare. La società, l’integrazione, i valori, la complessità, le sfumature che chi non ha studiato non riesce a cogliere. Arrivano scortati. Parlano. Vanno via scortati. E la gente comune, quella che secondo loro non capisce, torna a casa da sola.

Come sempre.

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