In Italia, il sistema che dovrebbe proteggere i cittadini dai soggetti pericolosi lavora con una costanza ammirevole. Ammirevolmente costante nel fallire.
Non è un giudizio sommario: è la lettura dei fatti. Nel 2017 un soggetto ha tolto la vita a qualcuno. È stato dichiarato incapace di intendere e di volere, affidato alle strutture competenti, seguito dal percorso previsto dalla legge. Poi, evidentemente, qualcosa si è interrotto. A Cinisello Balsamo quel qualcosa ha avuto conseguenze concrete: un anziano di settantatré anni, padre dell’uomo che il sistema aveva preso in carico, non c’è più.
La domanda che nessuno vuole porsi è semplice: che fine ha fatto la misura di sicurezza? L’OPG è stato abolito nel 2015, sostituito dalle REMS — Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza — strutture più piccole, più “umane”, accolte con soddisfazione dal mondo garantista. Peccato che siano cronicamente sovraffollate, sottofinanziate, e che la pressione a dimettere i pazienti risponda spesso più a logiche gestionali che a reali valutazioni cliniche del rischio. Il risultato è quello che si legge sui giornali: un uomo già noto come pericoloso torna libero, e uccide di nuovo.
C’è un disturbo della personalità, certo. Ma c’è anche un disturbo dello Stato, che scagiona in nome dell’infermità mentale e poi dimentica. Che costruisce un sistema di misure di sicurezza sulla carta e lo lascia sfaldarsi nella pratica. Che preferisce parlare di reinserimento e di diritti del paziente psichiatrico senza mai fare i conti con la vittima che quel paziente produce quando il sistema fallisce.
Non si tratta di invocare la gogna o il carcere a vita per i malati di mente. Si tratta di pretendere che lo Stato, quando dichiara un soggetto pericoloso e lo affida a sé stesso, mantenga la promessa implicita in quell’atto: tenerlo sotto controllo finché il pericolo non è cessato. Ma lo Stato italiano ha altre priorità. Ha i convegni sulla salute mentale, i tavoli di lavoro, i protocolli firmati in pompa magna. Ha i garanti, i difensori civici, le commissioni parlamentari che vigilano sui diritti dei pazienti psichiatrici. Ha tutto, tranne la capacità di fare la cosa più elementare: impedire che un assassino già noto torni ad assassinare.
La vittima aveva settantatré anni. Probabilmente quel figlio lo temeva da tempo. Probabilmente aveva sperato, dopo il 2017, che qualcuno si occupasse della faccenda una volta per tutte. Qualcuno c’era, in effetti: si chiamava sistema, aveva una sede istituzionale, percepiva uno stipendio pubblico. E ha fatto quello che sa fare meglio. Ha guardato dall’altra parte.