Ebola, fesserie tribali e fessi no-vax: l’illusione del controllo e le fiamme di Rwampara

L’immagine del centro di trattamento per l’Ebola a Rwampara avvolto dal fumo nero, nella Repubblica Democratica del Congo, è l’ennesima istantanea di un cortocircuito che si ripete con spietata regolarità. Un gruppo di giovani assalta la struttura, appicca il fuoco alle tende di isolamento e aggredisce il personale sanitario per sottrarre il corpo di un defunto. Il motivo risiede nella ferrea volontà di celebrare un funerale tradicional, un rituale che prevede il lavaggio e il contatto prolungato con la salma. In termini epidemiologici, un suicidio collettivo, dato che i fluidi corporei di una vittima di Ebola rimangono altamente infettivi anche dopo la morte.

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Davanti a scene simili, la reazione immediata del mondo occidentale oscilla tra l’indignazione e il disprezzo. È facile derubricare queste rivolte a manifestazioni di ignoranza o fesserie tribali, specialmente quando si constata che milioni di dollari in aiuti internazionali finiscono letteralmente in cenere a causa della furia degli stessi beneficiari. Esiste un limite oltre il quale l’antropologia e il rispetto delle tradizioni non possono più giustificare la cecità di fronte all’evidenza scientifica e al pericolo di una pandemia globale.

Il filo rosso del rifiuto: dal villaggio alla rete

Tuttavia, liquidare il fenomeno come un’esclusiva “arretratezza africana” significa ignorare una dinamica psicologica e sociale che appartiene all’essere umano in quanto tale, indipendentemente dalla latitudine. Esiste un parallelismo evidente tra il contadino dell’Ituri che edifica barriere contro i medici occidentali e il cittadino europeo che, armato di smartphone, sposa le tesi no-vax più strampalate per rifiutare la medicina ufficiale.

In entrambi i casi si assiste alla negazione della realtà scientifica in nome di un dogma alternativo, ma le radici profonde dei due comportamenti rivelano contesti opposti.

Nel Congo rurale, la resistenza nasce da una combinazione di analfabetismo generalizzato e da una storica, legittima diffidenza verso le istituzioni statali e i corpi estranei. Per decenni, la popolazione locale ha visto arrivare funzionari ed enti internazionali solo in concomitanza con guerre, sfruttamento delle risorse o catastrofi. Quando squadre di medici in tute bianche da astronauti impongono di non toccare i propri cari e di seppellirli in sacchi di plastica, l’assenza di un’istruzione di base trasforma la paura dell’ignoto in sospetto complottista: la convinzione che la malattia sia un’invenzione dei bianchi per trafficare organi o per ricevere finanziamenti.

I nostri fessi nostrani: l’irrazionalità del benessere

Se nel cuore dell’Africa la spinta è la difesa di un rito funebre ancestrale dettata dalla totale mancanza di strumenti scolastici, in Occidente il rifiuto della scienza si sviluppa nel contesto opposto. Nelle nostre società ad alta scolarizzazione, con pieno accesso alle informazioni e tassi di benessere senza precedenti storici, i nostri fessi no-vax non soffrono per l’isolamento geografico, ma per un eccesso di disinformazione deliberata, veicolata e amplificata dagli algoritmi dei social network.

Qui la resistenza medica non ha l’esimente dell’analfabetismo. Si tratta di una scelta ideologica esasperata, unita a una crisi di fiducia verticale verso i governi e la comunità scientifica. Mentre il congolese reagisce d’istinto per proteggere un dovere sacro verso gli antenati, l’iper-connesso occidentale sceglie di credere a microchip nei vaccini, complotti farmaceutici mondiali e cure miracolose a base di erbe o farmaci per cavalli. È un’irrazionalità viziata, figlia della pancia piena, dove il rifiuto del progresso diventa un lusso per darsi un tono di ribellione politica o di presunta superiorità intellettuale. Il risultato, però, è identico: il sabotaggio della salute pubblica.

L’egoismo della prevenzione

La frustrazione occidentale di fronte allo spreco di risorse sanitarie in scenari di guerriglia è un sentimento concreto. Vedere strutture finanziate con fondi internazionali distrutte da coloro che dovrebbero esserne salvati genera un comprensibile senso di rigetto.

La cooperazione internazionale e il contenimento dei focolai in Africa subsahariana non sono però semplici atti di beneficenza o di altruismo umanitario. Si tratta di cinica e pragmatica autodifesa.

In un sistema globale dove merci e persone si muovono da un continente all’altro in poche ore, un focolaio di Ebola non arginato a Rwampara o in qualsiasi altra regione remota rappresenta una minaccia diretta per l’Europa e per il resto del mondo. Finanziare la gestione delle crisi sanitarie sul posto, malgrado le enormi resistenze culturali e i fallimenti logistici, rimane l’argine più efficace ed economico per evitare che il virus bussi alle porte di casa nostra. L’irrazionalità, che si vesta da tradizione locale o da post su un social network, ha un costo altissimo, ma l’isolamento sanitario è un’opzione che la globalizzazione ha cancellato da tempo.